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Per le imprese del plexiglass la produzione è a pieni giri

In forte crescita le richieste per le barriere che tutelano lavoratori e consumatori

di Raffaella Ciceri

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Barriera in plexiglas installata dalla TreG di Guardamiglio (Lodi)

In forte crescita le richieste per le barriere che tutelano lavoratori e consumatori


3' di lettura

Chi vive in provincia di Lodi lo ammette con un misto tra ironia e invidia: i santangiolini sono commercianti nati. Il luogo comune sugli abitanti di Sant'Angelo Lodigiano ha radici così profonde da coinvolgere anche Santa Francesca Cabrini, la protettrice mondiale degli emigranti, che a fine Ottocento partendo proprio da Sant'Angelo avrebbe costruito un piccolo impero della carità negli Stati Uniti, grazie a uno spirito imprenditoriale fuori dal comune.

Fabio Battaini, il titolare di Decorgraph, per ora è riuscito in un piccolo miracolo nella desolazione economica prodotta dal Coronavirus: quello di non aver ancora chiesto la cassa integrazione per i trenta dipendenti della sua impresa cartotecnica. Grazie a qualche bancale di plexiglas e a un paio di intuizioni. «Dopo il primo caso di Coronavirus a Codogno - dice -ci siamo chiesti come avremmo potuto aiutare i clienti ad aumentare le protezioni. Il prezzo del plexiglas iniziava a salire, segno che le barriere protettive erano una buona idea. Quando un cliente ne ha volute cento tutte in una volta, abbiamo ordinato qualche bancale per avere una scorta. Ora ce le chiedono anche i competitor, ma non possiamo cederle, servono a noi». Grazie a quel tempismo non hanno avuto problemi di rifornimento: «Oggi il prezzo del plexiglas è raddoppiato rispetto a prima del Coronavirus. Ma il problema è trovarne ancora».

Al primo cliente, la catena “Lava e Cuce” che conta un centinaio di lavanderie, si sono aggiunti i dentisti, un notaio, qualche minimarket e i negozi di abbigliamento che si preparano alla riapertura. Circa 500 pezzi consegnati in meno di un mese: «Il boom delle richieste è arrivato mentre stavamo pianificando di smaltire le ferie per tamponare il calo di lavoro» continua Battaini, che al suo prodotto ha anche dato un nome, BarrierOne. Chi proprio insiste può leggerlo in inglese, ma ancora meglio se lo dice in italiano: «Tecnicamente si chiamano parafiato, ma era un nome invendibile».

A trenta chilometri di distanza, al confine con la prima “zona rossa” d'Italia, anche la TreG di Guardamiglio ha registrato un'impennata nelle richieste di barriere protettive in plexiglas, che purtroppo non compensa il calo delle attività nella litografia e cartotecnica: «Le prime a chiederci i divisori sono state le banche, poi le assicurazioni - dice Francesco Ghidini, uno dei tre fratelli titolari dell'azienda fondata nel 1965 dal padre Giuseppe, oggi specializzata in prodotti a elevata sostenibilità ambientale -. Li stanno installando tutte le attività artigiane che hanno rapporti col pubblico, dalle officine meccaniche ai parrucchieri per la reception».

E se il mercato finora è riuscito a garantire il plexiglas si deve anche al lavoro non stop dei 250 dipendenti della Arkema di Rho: lo stabilimento – il principale dei 7 di Arkema Italia – cura l'intera filiera e lavora ogni anno 90mila tonnellate di monomero, producendo 5mila tonnellate di lastre. «In questi due mesi si sono azzerate le applicazioni tradizionali del plexiglas, dall'illuminotecnica alle barriere antirumore, ma abbiamo lavorato a piena capacità per garantire le forniture di lastre estruse da destinare alle barriere protettive» spiega Giulio Cocco, amministratore delegato di Arkema Italia e componente del direttivo di PlasticsEurope Italia, l'associazione di Federchimica che raccoglie 50 imprese per un totale di 7mila addetti e un fatturato di 8 miliardi (il 90% del mercato). Non esistono ancora numeri precisi sull'andamento della richiesta, «ma prevediamo che il fabbisogno di lastre rimarrà costante per mesi. Quando risalirà la richiesta per le applicazioni tradizionali, andremo in sofferenza per il reperimento della materia prima».

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