pubblico e privato

Per innovare servono più poteri a chi fa ricerca

di Andrea Goldstein

(© Javier Larrea)

4' di lettura

Innovare – una radice che, in varie accezioni, ricorre ben dieci volte nel discorso che Vincenzo Boccia ha tenuto la settimana scorsa all’Assemblea di Confindustria e che anche il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha ripetutamente utilizzato nelle sue Considerazioni finali, sottolineando come solo l’innovazione sia «in grado di assicurare allo stesso tempo aumento dei redditi e più elevata occupazione, in quantità e qualità». Sono ormai decenni che, venuto meno prima il basso costo del lavoro e poi la scappatoia delle svalutazioni, è la capacità di offrire nuovi beni e servizi e di adottare nuovi processi di produzione la conditio sine qua non di cui le imprese italiane hanno bisogno per competere sui mercati globali. Sfortunatamente, tanti accorati, prestigiosi e ripetuti appelli hanno forse prodotto consapevolezza crescente, ma non sono stati finora sufficienti per cambiare rotta.

Quello d’innovazione è un concetto notoriamente fluido e pertanto difficile da misurare con precisione (anche se la critica secondo cui le statistiche sottostimano le attività innovative delle imprese italiane, di tipo incrementale e non radicale, è priva di fondamento e non va al di là della boutade auto-consolatoria). Certamente il 20% delle imprese eccellenti di cui ha parlato Boccia fanno innovazione, ed è questo humus di competitività industriale che consente all’Italia di essere tuttora un Paese ricco, anche se con poca crescita e con diseguaglianze in aumento. Ma questo risultato non basta e non può nascondere la realtà piena di ombre che ci restituiscono i confronti internazionali. Per non citare che tre fonti, nel Global Innovation Index di Cornell, Insead e Wipo l’Italia si piazza al 29° posto; tra le 2.500 imprese che più investono in ricerca e sviluppo (R&S) al mondo, solo 29 sono italiane, come in Danimarca (il cui Pil è meno di un quarto del nostro) e molte meno che in Germania (132) o Francia (83): e secondo l’ultima Community Innovation Survey la percentuale di imprese innovatrici è la seconda più bassa nella Ue15 (solo la Spagna fa peggio).

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Quali le cause? Sicuramente sfavorisce le imprese italiane la loro modesta dimensione media, di cui si parla spesso (anche se la ricorrente retorica del “medio è bello” rischia di perpetuare i danni prodotti da quella passata del “piccolo è bello”). La letteratura economica mostra come sia la crescita del fatturato a fare da kickstarter alla R&S, soprattutto perché queste spese sono proporzionali alle vendite, mentre l’andamento degli investimenti in innovazione non dipende dai profitti operativi (Coad e Grassano 2016).

Lungi dall’essere frutto di un calcolo perfettamente razionale, la scelta per la R&S riflette gli spiriti animali dell’imprenditore e del manager, che può essere più o meno ottimista, più o meno avverso al rischio, più o meno sensibile all’importanza della tecnologia come fattore di competitività. Un’interpretazione possibile del ritardo italiano, anche a parità di dimensione d’impresa, rimanda al coinvolgimento della famiglia nel management: la ricerca empirica rivela che indebolisce la propensione a innovare (Diéguez-Soto et al. 2016), probabilmente perché lo sforzo si concentra sulla preservazione del controllo e non sulla crescita. Per non parlare del background degli amministratori, e qui sembra giocare la scarsa presenza di profili scientifico-ingegneristici nei board nostrani (meno di un quinto nelle dieci principali blue chip).

Anche nel sistema pubblico italiano a prendere le decisioni essenziali per l’innovazione (tra cui l’allerta tecnologica e la promozione di meccanismi adeguati di public procurement) non sono sempre persone col profilo adeguato. Tra i 32 individui che si sono avvicendati come ministri per la Ricerca negli ultimi 55 anni, il numero di ingegneri è la metà rispetto a quello dei giuristi. Ai vertici politici di Viale Trastevere si trovano in questo momento due diplomate della scuola superiore e due laureati, in filosofia e scienze politiche. Persino all’Iit, sulla cui eccellenza non si può certo eccepire, nel Comitato esecutivo i profili scientifici hanno maggioranza risicata. In altri Paesi le priorità sono evidentemente diverse: il presidente Macron ha nominato al dicastero per l’Università, la ricerca e l’innovazione (un termine, questo, aggiunto per la prima volta alla dicitura ufficiale) una specialista della genetica molecolare che per cinque anni ha presieduto l’Université Nice Sophia Antipolis, importante fattore d’attrazione per le multinazionali e le start-up che hanno fatto della Costa azzurra un solido polo d’innovazione. Probabile che al prossimo G7 Scienze di Torino Frédérique Vidal condivida la Weltanschauung di Johanna Wanka, matematica ed ex rettore a Merseburg, oppure della canadese Kirsty Duncan, già all’Università di Toronto.

Non è facile suggerire come uscire da questa situazione. Introdurre quote per ingegneri e ricercatori nei consigli d’amministrazione? Anche i più arditi sperimentatori di corporate governance la vedrebbero come un’intollerabile intromissione. Ponderare il voto in Consiglio dei ministri alla disciplina studiata e agli anni di istruzione post-laurea? Più percorribile forse la strada di audizioni pubbliche per i componenti dell’esecutivo, per conoscere a fondo conoscenze, competenze e priorità di chi assume responsabilità tanto importanti (non solo per la ricerca, ovviamente). Quello che però è indispensabile è abbandonare l’ipocrisia che fa cadere le responsabilità sui ricercatori nella Torre eburnea, insensibili alle presunte esigenze delle imprese e all’importanza del trasferimento tecnologico, oppure sulla complessità delle procedure pubbliche per favorire, non solo finanziariamente, l’innovazione. Bello parlare di “smart growth” e magari pure evocare lo Small Business Act europeo, ma è necessaria la consapevolezza che fino a che non si danno più poteri a chi fa e comprende la ricerca, i ritardi del sistema italiano d’innovazione resteranno cospicui.

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