I rapporti Italia-Ue

Per gli italiani torna a soffiare il vento dell’europeismo

Non mancano le criticità nei confronti della Ue, ma l’Europa è considerata una risorsa preziosa

di Daniele Marini

(AdobeStock)

4' di lettura

Il vento verso l’Unione Europea ha mutato senso, oggi spira decisamente a favore.

Sarà la pandemia e le ingenti risorse economiche che arriveranno nel nostro Paese, come un nuovo Piano Marshall. Sarà il volto nuovo dell’Unione Europea, incarnato da Ursula von der Leyen, e la sua politica che ha decisamente svoltato rispetto a un orientamento rigorista (il controllo sui conti e la gestione delle risorse, però, non sono venuti meno), ora maggiormente attento ad approntare misure volte a un maggiore equilibrio fra la dimensione economica, quella sociale e a non incrementare disuguaglianze. Sarà la figura del Presidente del Consiglio Mario Draghi il cui profilo internazionale gli permette di interloquire apertamente e con un peso politico di grande rilievo, così da aver ridato centralità all’Italia in ambito continentale. L’esito dell’insieme di questi aspetti, fra altri, è che il clima e la percezione degli italiani nei confronti dell’Ue sembra aver cambiato direzione, in senso positivo.

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Certo, non siamo di fronte a quel sogno europeo che aveva trovato in Maastricht (1992) un punto di riferimento nei processi di cooperazione fra i Paesi aderenti, cui seguì l’introduzione della moneta unica, l’euro (2002), e il primo processo di allargamento a est (2004) dei Paesi dell’ex Urss. È noto che all’unione economica non è seguito un analogo processo di effettiva integrazione politica, amministrativa e della sicurezza a livello continentale. In più, la crisi del 2008 accentuò una divisione fra i Paesi sul modo di affrontare e fronteggiare un crollo che non aveva precedenti. Dove prevalse una linea rigorista e prevalentemente ispirata a criteri economici, generando conflittualità sociali rilevanti.

Il risultato di quella impostazione fu sicuramente il porre al riparo dal rischio di default alcune nazioni, in particolare dell’area mediterranea, e segnatamente l’Italia, ma nello stesso tempo di approfondire i divari nelle strutture sociali. Con la conseguenza di alimentare formazioni di natura populista, di ritorno all’affermazione delle primazie nazionali, di chiusure su diversi fronti, in un atteggiamento rivendicazionista, più che negoziale verso la Ue. Venti burrascosi attraversavano l’Europa, minandone il disegno unitario che l’aveva caratterizzata fino ad almeno due decenni prima. È sufficiente rammentare quanto accadde in diversi Paesi per cogliere in modo palpabile l’intensità dei fenomeni: dalla Brexit e la sua imbarazzante gestione, ai Gilet gialli francesi, fino alla crescita di formazioni politiche di stampo nazionalistico, o all’incapacità della Ue di gestire in modo coerente la questione dei migranti, tema particolarmente avvertito nel nostro Paese.

Come non ricordare poi le prese di posizione di leader politici, in particolare del centro-destra, che fino a dicembre 2019 brandivano l’antieuropeismo a ogni piè sospinto, accusando l’Ue dell’origine di tutti i mali dell’Italia.

L’avvento della pandemia ha scompaginato quelle visioni e orientamenti. Nella narrazione politica, soprattutto da quanti fino a poco prima osteggiavano apertamente l’istituzione europea, come la Lega, abbiamo assistito a un’inversione di rotta, al punto da disorientare una parte della propria base elettorale.

Ma anche nella popolazione osserviamo una modifica degli orientamenti, e in modo diffuso (Reputation Science per Open Fiber). Nelle situazioni di grandi difficoltà, in cui le risorse individuali contano relativamente, c’è la necessità di avere un’entità superiore in grado di affrontare una sfida eccezionale a cui affidarsi.

La Ue ha rappresentato – grazie anche ai nuovi indirizzi assunti – quell’appiglio da afferrare per cercare di uscire da una crisi senza precedenti. Probabilmente non siamo di fronte a un nuovo “sogno europeo”, perché le criticità non mancano, ma è evidente che l’Ue torna a costituire una risorsa fondamentale per l’Italia per uscire dalle difficoltà economiche.

In questo senso, il 45,0% degli italiani considera l’Europa un’opportunità, misura ben superiore a quanto rilevato nel 2016 (28,0%): opinione sostenuta maggiormente da imprenditori e studenti, da laureati e quanti si collocano politicamente a centro-sinistra. Il 42,9% la ritiene comunque una necessità, anche se da ripensare (era il 57,5% nel 2016), convinzione presente in particolare fra chi ha un basso titolo di studio, vive a Nord Est e si definisce di centro-destra. Soltanto poco meno di un decimo (9,3%) la percepisce come un ostacolo (era il 13,0% nel 2016), soprattutto fra casalinghe e inoccupati, chi vive nel Centro-Sud e si colloca politicamente nel centro-destra.

Dunque, c’è una riconsiderazione positiva dell’istituzione europea. Tant’è che spaventa i due terzi degli italiani (68,0%) un’ipotesi di ItalExit, di uscita dall’Ue, che peggiorerebbe le condizioni economiche, ma solo due anni fa era del medesimo avviso il 47,3% (2019). E così pure un’ipotesi di ritorno alla Lira è totalmente avversato dal 69,6% (54,2% nel 2019). Rimane una quota (fra il 13 e il 14%) di popolazione che, per converso, ritiene simili eventi migliorativi delle condizioni del Paese, ma nel 2019 tali prospettive erano condivise da circa un terzo degli italiani (30-34%).

Alla fine, sommando l’insieme di queste opinioni possiamo individuare i profili degli orientamenti degli italiani verso l’Unione Europea. Quello nettamente prevalente è degli “euro-convinti” (69,8%) ovvero chi esprime solo opinioni favorevoli nei confronti dell’Ue e rifugge ipotesi di uscita o ritorno alla Lira.

Si tratta di un gruppo in notevole crescita rispetto a soli due anni fa (50,4%, 2019). Tale opzione è sostenuta di gran lunga dalle generazioni più giovani (fino ai 34 anni), da imprenditori e studenti, dai laureati e da chi vive nel Nord Italia, chi politicamente si definisce di centro-sinistra. All’opposto, troviamo gli “anti-Ue” (10,3%), in deciso calo (28,9%, 2019). Qui annoveriamo le opinioni totalmente negative e il desiderio di exit.

I maggiori sostenitori sono chi è ai margini del mercato (casalinghe e inoccupati), con un basso titolo di studio e residenti nel Mezzogiorno, chi si dichiara di centro-destra. Poi vengono due gruppi quantitativamente simili e relativamente stabili nel tempo. Gli “euro-flebili” (10,6%, 9,0% nel 2019): credono nell'Europa, ma hanno delle perplessità. E gli “euro-scettici” (10,3%, 10,1% nel 2019). In questo caso, non c’è una chiusura totale verso la Ue, ma prevalgono le opinioni contrarie.

Sono gli imprenditori e le giovani generazioni, i più istruiti ad apprezzare maggiormente il disegno europeo: più di altri hanno occasione di girare e conoscere l’Europa. In fondo, hanno imparato a considerarla il loro mercato e ambiente domestico.

Il Piano per la ripresa Next Generation UE, la priorità ai temi della sostenibilità, la visione dello sviluppo attenta alla dimensione economica congiunta a quella sociale, costituiscono fattori centrali che fanno apprezzare nuovamente l’istituzione europea. È l’occasione per porre nuove basi alla costruzione dell’identità e architettura di una vera casa comune.

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