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Per l’accoglienza dei profughi dall’Ucraina spesi 754 milioni

Quasi 170mila i rifugiati arrivati in Italia che hanno la protezione Ue: circa 50mila sarebbero già ripartiti per tornare in patria

di Bianca Lucia Mazzei, Valentina Melis, Serena Uccello

(NurPhoto via AFP)

5' di lettura

A un anno dall'inizio della guerra in Ucraina, scatenata dall'invasione russa del 24 febbraio 2022 e mentre continua il conflitto, per l'accoglienza dei profughi l'Italia ha speso o ha impegnato 754 milioni di euro. Sono serviti per l'assistenza sanitaria, l'ospitalità negli alberghi, il contributo di sostentamento per chi ha trovato una sistemazione autonoma, le spese dei Comuni per i servizi sociali, i minori non accompagnati, l'accoglienza nei Cas (centri di accoglienza straordinaria) e l'accoglienza diffusa tramite gli enti del Terzo settore.

I fondi a disposizione sono stati sufficienti per far fronte al primo anno di accoglienza delle oltre 173mila persone arrivate nel nostro Paese. Molti sono rientrati in patria (circa 50mila secondo le stime delle associazioni italo-ucraine): le richieste di permesso di soggiorno per protezione temporanea presentate nel nostro Paese sono state comunque quasi 170mila.

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Il protrarsi della guerra sta rendendo necessaria la prosecuzione degli aiuti. L'Unione europea ha già prorogato di un anno, al 3 marzo 2024, il periodo d'emergenza che si chiuderà il prossimo 3 marzo. In Italia lo stato di emergenza dura fino al 3 marzo (legge di Bilancio 2023) e spetta al Consiglio dei ministri deliberare l'allungamento. Sarà però necessario stanziare altre risorse che, se saranno confermati gli interventi attuati fino a oggi (esclusi quelli per l'ospitalità nei centri di accoglienza), potrebbero richiedere, per un anno e con l'attuale flusso di circa 2mila arrivi al mese, ulteriori 600 milioni di euro.

Il 3 marzo scadono anche i permessi di soggiorno legati alla protezione temporanea Ue, rilasciati agli ucraini. Molto probabilmente sarà decisa una proroga automatica, che non richiederà nuovi adempimenti burocratici

Le risorse

Per l'accoglienza degli ucraini sono stati stanziati 844 milioni. Altri 106,6 milioni sono stati destinati al Sai (il sistema di accoglienza e integrazione gestito dai Comuni) ma riguardano anche l'accoglienza dei profughi afghani. Rispetto alle previsioni iniziali, alcune voci hanno però richiesto più risorse, altre meno.

Accoglienza diffusa

In particolare, per l'accoglienza diffusa imperniata sul ruolo del Terzo settore la spesa è stata molto inferiore a quella prevista (si veda il Sole 24 Ore del 22 agosto).I fondi stanziati (246 milioni poi ridotti a 155) dovevano riguardare 30mila posti, ma quelli ad oggi autorizzati sono 6.676. La spesa prevista è quindi scesa a 47 milioni di euro e, probabilmente sarà ancora più bassa: gli acconti erogati per i posti effettivamente occupati (2.435) ammontano infatti a 7,5 milioni.Una parte dei fondi non utilizzati verrà quindi dirottata sull'assistenza sanitaria cui saranno destinati ulteriori 89 milioni.

Assistenza sanitaria

Le risorse per il servizio sanitario (179 milioni, già trasferiti alle Regioni) erano infatti calcolate per 120mila beneficiari mentre ora vanno parametrate su circa 170mila. Nei prossimi giorni un'ordinanza della protezione civile allineerà le previsioni ai costi sostenuti e alle esigenze previste fino al 3 marzo.

Contributo di sostentamento

Anche al contributo di sostentamento da 300 euro (150 per i minori) per massimo tre mesi, è stata devoluta una parte dei fondi inizialmente destinata all'accoglienza diffusa. L'aiuto diretto, incassabile alle poste, è stato infatti il sostegno più richiesto dai profughi ucraini, anche perché la maggior parte è stata ospitata da parenti e amici. Al 10 gennaio scorso lo avevano incassato 75.500 e 45.700 minori, per un totale di 72,4 milioni cui vanno aggiunti altri due milioni relativi a importi autorizzati ma non prelevati. Fino al 3 marzo continua a essere possibile presentare le richieste attraverso la piattaforma informatica perché la legge di Bilancio ha consentito l'uso dei fondi 2022 anche per il 2023.

Accoglienza in albergo

Per i costi degli alberghi dove, soprattutto nei primi mesi, sono stati alloggiati molti profughi, si è invece attinto al Fondo per le emergenze nazionali. Una prima tranche di 75 milioni è già stata trasferita alle Regioni, mentre i restanti 55 milioni lo saranno a breve. L'associazione Kalena di Salerno è le più antica d'Italia, attualmente registra un centinaio di iscritti. «Per quanto non sicuramente al ritmo dei primi tempi, il flusso degli arrivi non si è mai interrrotto. I nostri connazionali continuano ad arrivare, allo stesso modo in questi mesi ci sono stati quelli che hanno deciso di lasciare l'Italia per la Polonia o per la Germania, oppure di rientrare», spiega la presidente Olga Tarasjuk. È stato complesso l’approccio con la burocrazia: «Molti - continua - ci hanno confidato che stanno ancora aspettando l’aiuto economico previsto dal Governo».

LE RISORSE DESTINATE AL SOSTEGNO DEI RIFUGIATI
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I nodi aperti, dai bambini al lavoro

A un anno dall'inizio del conflitto, le associazioni che si stanno occupando di assistere la popolazione in Ucraina hanno meno facilità a reperire gli aiuti, «per una sorta di assuefazione» alla guerra, come spiega Fabio Prevedello, presidente onorario dell'Associazione europea Italia-Ucraina Maidan.

Per quanto riguarda i minori arrivati in Italia, una parte delle famiglie ha scelto l'inserimento nelle scuole italiane. A Napoli, racconta Natalia Iwanjshjn, presidente dell’Associazione Centro ucraino “Progetto donna”, l'inserimento nelle scuole non ha registrato particolari difficoltà: «Perchè molte scuole - spiega - hanno attivato la presenza di insegnanti di sostegno che sono stati anche mediatori culturali».

Più complesso l'inserimento degli adulti che ha scontato due difficoltà. Il primo ostacolo è stato la barriera linguistica, «a questo proposito - dice Iwanjshjn - bisognerebbe predisporre dei percorsi semplificati di apprendimento della lingua. Chi infatti parla male è stato svantaggiato nel mercato del lavoro con la percezione di stipendi più bassi». Un altro problema è emerso per molti nel momento in cui hanno fatto richiesta di protezione temporanea «perché si appoggiavano a parenti o amici che non avevano un regolare contratto di lavoro o di affitto».

«Gli spostamenti continui rendono estremamente difficile l’inserimento lavorativo, sociale e psicologico delle persone e anche dei bambini. A Roma, molti profughi arrivati subito dopo l’inizio della guerra sono stati ospitati negli alberghi ma poi con l’arrivo della stagione turistica sono stati spostati e lo stesso è successo a chi era ospitato da famiglie italiane che non sono riuscite ad andare avanti o perché sono arrivate le ferie o perché i costi da sostenere erano troppo elevati e pensavano che il periodo sarebbe stato più breve. Molti profughi sono rientrati in Ucraina o si sono spostati in altri Paesi, soprattutto in Germania», dice Alesya Tataryn, presidente dell’Associazione culturale europea Italia-Ucraina Maidan.

Secondo Mario Tronca, presidente dell'associazione cristiana italo-ucraina, «il 30% degli ucraini in Italia ha trovato un’occupazione. Le donne con figli (che sono la stragrande maggioranza) devono però trovare un lavoro che permetta loro di seguire i bambini. Se il contributo di sostentamento non sarà prorogato, sarà un problema, perché le spese restano completamente a carico delle famiglie ospitanti. Appena possono - aggiunge - gli ucraini rientrano in patria, soprattutto se nelle loro zone i combattimenti sono meno intensi». Un monitoraggio condotto dall’Unhcr su un campione di 1.530 rifugiati in Italia, rivela che appena l’11% ha trovato lavoro nel nostro Paese, e che il principale ostacolo all’inserimento lavorativo è la barriera linguistica.

«Cerchiamo di fare incontrare la domanda e l’offerta di lavoro - spiega Liubov Sandulovjch, presidente dell’associazione Italia-Ucraina a Bologna. «C’è richiesta soprattutto per le pulizie nelle famiglie e nelle aziende, per badanti e per attività nei ristoranti e negli alberghi. Il problema è che sono quasi tutte donne con figli piccoli: possono quindi solo svolgere attività ad ore che permetta loro di seguirli. Non pensano di rimanere. In Ucraina hanno i propri cari, mariti, figli, parenti e vogliono rientrare appena possibile. C’è una grande solidarietà da parte delle famiglie e della scuola».

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