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Oro a picco sotto 1.500 dollari, nonostante la Fed

La Fed non ha placato il panico sui mercati e anche l’oro continua ad essere travolto: ribassi oltre il 4% hanno spinto le quotazioni sotto 1.470 dollari l’oncia

di Sissi Bellomo

(Reuters)

3' di lettura

Dopo la peggior settimana da 37 anni, l’oro continua a perdere quota e affonda sotto 1.500 dollari l’oncia. I ribassi si stanno addirittura accentuando, nonostante il maxi-taglio dei tassi d’interesse operato dalla Federal Reserve: una mossa che in situazioni normali dovrebbe fornire sostegno alle quotazioni del lingotto. Ma questa è tutto tranne che una situazione normale.

Il rendimento dei Treasuries è in effetti crollato dopo la Fed. Ma anche l’oro sta andando a picco, con perdite che superano il 4%. Sfondati alcuni importanti supporti tecnici, il lingotto vale ormai meno di 1.470 dollari l’oncia.

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Ancora peggio sta andando agli altri metalli preziosi, con perdite di oltre il 25% per il platino, sceso intorno a 630 dollari l’oncia. Travolti anche l’argento e il palladio, che negli ultimi 12 mesi – prima del panico da coronavirus – era quasi raddoppiato di valore e ora affonda con una velocità impressionante.

L’oro, il più classico dei beni rifugio, non solo ha smesso di brillare in questo periodo, ma la performance della settimana scorsa è stata addirittura la peggiore da quasi quarant'anni.

Mentre il coronavirus veniva dichiarato pandemia e i listini azionari crollavano in tutto il mondo, le quotazioni del metallo prezioso andavano a fondo, perdendo l'8,6% su base settimanale: un ribasso che non si verificava da marzo 1983.

Solo lunedì scorso, 9 marzo, l’oro aveva aggiornato il record da sette anni, spingendosi fino a 1.792,56 dollari l'oncia, un passo dalla soglia psicologica dei 1.800 dollari. Nei giorni successivi, invece che proseguire la corsa, ha fatto dietrofront, svalutandosi di oltre 300 dollari l'oncia in sei sedute di contrattazione.

Nei momenti più bui si può essere costretti a vendere anche i gioielli di famiglia per sopravvivere. Ed è quello che sta accadendo in questo momento.

L'estrema volatilità dei mercati sta provocando perdite pesanti agli investitori, le richieste di reintegrare i margini di garanzia – i margin call – sono diventate pressanti. E il panico ha innescato una vera e propria caccia alla liquidità, anche tra le imprese, alcune delle quali hanno prosciugato le linee di credito presso le banche.

In periodi come questo “cash is king”, come dicono gli anglosassoni. E l'oro, benché liquido, non è cash: non è denaro contante. Gli operatori preferiscono il dollaro. Per il biglietto verde la settimana tra il 9 e il 15 marzo è stata la migliore dal 2008, l’epoca del collasso di Lehman Brothers: il Bloomberg dollar index indica che il cambio rispetto a un paniere di valute è salito ai massimi da tre anni, dopo un rialzo settimanale del 3,4%.

I ribassi più clamorosi li ha però registrati il palladio, che ha interrotto bruscamente lo straordinario rally di cui era stato protagonista fino a poco tempo fa. Il metallo delle marmitte catalitiche, commodity superstar del 2019, è arrivato a perdere un quinto del suo valore in una sola giornata, quella di giovedì 12: un ribasso senza precedenti, che è proseguito.

La performance del palladio «riflette bene la situazione di panico generalizzato sui mercati», commenta Ole Hansen di Saxo Bank. Il metallo, di cui c’è un forte deficit di offerta, era quasi raddoppiato di prezzo negli ultimi 12 mesi, spingendosi a fine febbraio al record storico, vicino a 2.900 dollari l’oncia.

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