BREXIT / 2

Per Londra un’uscita pagata a caro prezzo

di Leonardo Maisano

(Ap)

3' di lettura

Le tante sfumature di una sconfitta annunciata variano dal tono delle premesse. Londra ha chiuso un accordo pessimo rispetto alla propaganda dei brexiters, che aveva consentito al fronte anti-europeista di vincere il referendum. Due esempi: Londra non potrà distribuire 350 milioni di sterline alla settimana al servizio sanitario nazionale come promesso, ma dovrà pagare un prezzo per l’uscita dall’Ue da decine di miliardi, un multiplo di quanto ipotizzato dalla stessa signora premier Theresa May.

I cittadini Ue continueranno a godere di diritti analoghi a quelli esistenti, forse anche più ampi di quanto – sul tema degli assegni familiari – aveva negoziato l'ex premier David Cameron prima del referendum. La Corte europea di giustizia, inoltre, continuerà ad avere per otto anni e, per certi versi illimitatamente, un ruolo nella formulazione del giudizio da parte dei tribunali britannici. E tanto è bastato a Nigel Farage per denunciare l'intesa come una resa britannica. E, lo ripetiamo, resa totale è stata, rispetto alle aspettative create nel Paese dai brexiters. Se ragioniamo in termini di realismo politico, Londra, ha invece ottenuto il massimo - ancorché sia poco più che niente - a conferma che l'immagine più netta del processo in corso l'ha pennellata l'ex commissario Pascal Lamy, il primo a svelare l'equivoco della trattativa.

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«Quello anglo-europeo – disse mesi fa - non è un negoziato, ma una procedura». Ovvero un processo scandito dai passaggi obbligati che saranno ancor più evidenti nella seconda fase del confronto quando si affronteranno, nello specifico e nel dettaglio, i temi economico-commerciali. Se l'ottica è quella della realpolitik, dunque, la Gran Bretagna ha manovrato con abilità, soprattutto sé stessa.L'accordo s'è sbloccato nella notte al termine di defatiganti contorsioni anglo-britanniche, prova ultima che la divergenza è e resta interna ai conservatori e ai partiti alleati. Dopo successivi aggiustamenti il testo sul confine sud-nordirlandese ha trovato compimento in un capolavoro di ambiguità. Il tentativo di Theresa May di bypassare gli unionisti del Dup che reggono il suo governo a Westminster era stato svelato, nei giorni scorsi, da una fuga di notizie che aveva consentito alla leader protestante, Arlene Foster, di bloccare la formula inizialmente messa a punto da Downing street che rischiava di aprire un varco fra Belfast e Londra. Nella notte è stata corretta, cancellata, riscritta infine – secondo i parlamentari di Belfast – emendata in sei punti.

In realtà in uno sostanziale: l'aggiunta del passaggio, nuovo, che ribadisce il mantenimento della piena integrazione dell'Ulster nel resto del Paese. È evidente che la fragilità dell'accordo anglo-irlandese sottoscritto corre su questa faglia: la necessità di garantire a tutti l'“allineamento regolamentare” con la Ue. Garanzie a Dublino e a Belfast, ma senza che Belfast sia separata da Londra. Come sia possibile non si capisce, se non con il pieno allineamento del regno tutto alle norme di Bruxelles. E a quel punto l'uscita da unione doganale e mercato interno rischia di essere poco più di una costosissima finzione. Lo spostamento in là dei problemi più drammaticamente evidenti è il vero capolavoro di Theresa May che incassa una generosa dose di ossigeno dopo essere stata prossima al soffocamento. Sul breve è politicamente salva, anche le imprese plaudono a una transizione che potrà garantire altri due anni di status quo. Tutto il partito Tory finge unità e le ipotesi di golpe per defenestrarla si congelano al freddo di Natale. La temperatura promette tuttavia di tornare bollente molto presto. Quando si aprirà il negoziato commerciale per definire quel “Canada plus” che sembra essere il destino delle relazioni anglo-europee i nodi torneranno al pettine. Il nodo nord irlandese e, probabilmente, anche quello della libera circolazione dei lavoratori. Ma la nottata - per ora, si badi bene - è passata.

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