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Per il made in Italy l’arma dell’indicazione geografica su industria e artigianato

Teti (capo unità investimenti esteri): si possono aprire chance con il regolamento Ue. Serve una ridefinizione della politica commerciale puntando di più sugli accordi settoriali

di Carmine Fotina

Ice pronto a nuove sfide a sostegno del Made in Italy all'estero

2' di lettura

Il ministero delle Imprese e del made in Italy (Miml) dovrà innanzitutto avere una missione ben chiara, che giustifichi il cambio di nome del dicastero. Di made in Italy si parlerà fortemente nelle istruttorie che il ministero di Urso porterà avanti in materia di “golden power”, cioè di poteri speciali a tutela degli asset e delle filiere produttive strategiche. Ma potrebbero aprirsi finestre di opportunità anche nel campo della politica commerciale, che negli ultimi anni nel dibattito italiano sembrava finita un po’ in naftalina.

Il ruolo di Miml e ministero Affari esteri

Si vedrà in che termini il nuovo MimI e il ministero degli Affari esteri si coordineranno su questa materia, ma di spunti di sicuro ce ne sono diversi. «Un’arma in più per il made in Italy, ad esempio - commenta Amedeo Teti, tra i maggiori esperti italiani di politica commerciale e attualmente coordinatore della segreteria tecnica del Comitato per l’attrazione degli investimenti esteri dell’ex ministero dello Sviluppo - la offre la proposta di Regolamento europeo sulle indicazioni geografiche per prodotti industriali e artigianali», sul modello di quanto esiste in campo agroalimentare.

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Il provvedimento in discussione

Il regolamento, attualmente in discussione, sarebbe uno strumento ideale per azioni di politica commerciale nello spirito del nazionalismo economico professato dal governo Meloni, all’interno comunque di un sistema uniforme a livello Ue di difesa della proprietà intellettuale. «Vi andrebbe agganciata - commenta Teti - una forte e ripetuta campagna di tutela del vero made in Italy da svolgere sui mercati dei Paesi terzi, per difendere i prodotti italiani dalla contraffazione all’estero».

Secondo Teti, al di là di questo specifico Regolamento Ue, ci sono comunque i margini «per una rinnovata politica commerciale con un approccio più regionalizzato o settorializzato per tutelare la nostra industria e accorciare le filiere produttive».

Meno dipendenza da Cina, India e Russia

Va minimizzata la dipendenza da grandi player come Cina, India o Russia - è il ragionamento - iniziando il passaggio dai grandi accordi omnicomprensivi, negoziati in passato dalla Commissione europea, ad accordi settoriali. «Con gli Usa ed altri Paesi likeminded - aggiunge il coordinatore della segreteria investimenti esteri dell’ex Mise - la Ue potrebbe negoziare un accordo relativo solo agli scambi di prodotti di alta tecnologia a tutela delle rispettive industrie; visto che l’accordo ITA non funziona più troppo bene; stessa cosa sui beni farmaceutici. Inoltre con i Paesi africani per gli scambi di materie prime strategiche e attraverso forme di cooperazione industriale mirate alla stabilizzazione locale, come freno naturale all’immigrazione. E l’Unione europea dovrebbe riflettere sull’opportunità di entrare nell’alleanza commerciale trans-pacifica che sotto la guida del Giappone riunisce i principali Paesi dell’Asia e dell’Oceania, ora che anche il Regno Unito avrebbe chiesto di aderirvi».

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