Governance ambientale

Per mitigare l’impatto del clima che cambia servono intese globali

di Lucio Pasquale Scandizzo e Giovanni Tria

(Frederic Bos - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il recente rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema del cambiamento climatico, evidenziando due temi del dramma collettivo di questa e delle generazioni successive. Il primo tema è la storia del fallimento della governance globale dell’ecosistema come bene pubblico. Gli obiettivi di mitigazione che la comunità internazionale si era data sono stati ampiamente mancati. Il clima ha proseguito il suo cambiamento in maniera progressiva e apparentemente inarrestabile e molte delle conseguenze estreme e negative delle emissioni di gas serra sul nostro pianeta sono già con noi. Il secondo tema è che non dobbiamo arrenderci. Anche se molti degli effetti dell’incremento di temperatura del mondo appaiono irreversibili, è ancora possibile mitigare in modo significativo le conseguenze future. Il progresso tecnologico potrebbe inoltre regalarci la possibilità di intervenire in modo risolutivo sulle cause e gli effetti di quella che ora sembra una deriva inevitabile.

Accanto al fallimento delle politiche globali di mitigazione dei cambiamenti climatici, il rapporto Onu suggerisce un’altra, più profonda fonte di fallimenti pubblici, quella delle politiche di cosiddetto adattamento. Questo rapporto infatti da una parte presenta i risultati di un certo numero di studi circa la responsabilità dell’uomo nel determinare il cambiamento climatico che stiamo vivendo, dall’altra suscita la domanda se gli eventi climatici estremi – dalle ondate di calore (che sono uno dei fattori degli incendi distruttivi) alle sempre più frequenti inondazioni – siano correlati al riscaldamento globale, e quindi all’azione umana. Anche se la scienza non fornisce ancora dimostrazioni conclusive sulla correlazione tra i due fenomeni, l’ipotesi prevalente è che il cambiamento climatico sia una delle determinanti dell’intensità e della frequenza di questi eventi estremi.

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Ciò implica che si pongono due generi di allarmi. Il primo riguarda il ritardo con cui si sta agendo nell’applicazione di politiche dirette a frenare il cambiamento climatico in un arco di tempo di decenni. Si tratta delle politiche che possiamo definire “di prevenzione”. Il secondo allarme riguarda il fatto che la loro efficacia, oltre che dover essere dimostrata, è misurabile nel lungo periodo e che, nel frattempo, l’umanità deve sopravvivere in un clima che è già cambiato e che sta cambiando forse più velocemente di quanto era previsto. Ciò significa che sono necessarie politiche “di adattamento” al mutamento climatico e ai fenomeni estremi.

Non c’è bisogno di pensare a situazioni apocalittiche, ma i mutamenti in atto già impongono di chiederci se si stiano programmando le necessarie risposte di breve periodo, che dovranno consistere in massicci investimenti infrastrutturali corredati da nuove tecnologie, di sistemazione del territorio, di rafforzamento idrogeologico, di adattamento dei centri urbani, di risposta ai processi di desertificazione. D’altra parte questo processo di adattamento delle comunità all’ambiente mediante lo sviluppo di capacità di controllo e di resistenza ai fenomeni della natura è la storia stessa del progresso umano. L’allarme lanciato da ultimo dal rapporto dell’Onu insiste sul fatto che il cambiamento climatico e i fenomeni naturali che dobbiamo fronteggiare oggi sono in parte prodotti dell’uomo stesso e che dipende, quindi, dalla correzione dei suoi comportamenti bloccare ulteriori cambiamenti a cui sarà difficile porre rimedio. Ma l’impressione è che non ci sia altrettanta attenzione all’obiettivo di mettere in grado l’umanità di adattarsi ai cambiamenti già in corso.

Benché le politiche di adattamento siano un elemento cruciale della risposta ai cambiamenti climatici, la vulnerabilità del nostro Paese, e probabilmente anche nei nostri partner europei, negli ultimi anni è aumentata soprattutto perché la capacità di adattamento attraverso un’azione incisiva di investimenti pubblici di natura preventiva si è drammaticamente ridotta. A questo riguardo, non sembra che i progetti di transizione ecologica previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) siano sufficientemente accompagnati da piani di “adattamento”, come per esempio investimenti per fronteggiare il dissesto idrogeologico o per rafforzare strutture di intervento e prevenzione degli incendi. Ma il vero dramma è che i Paesi poveri non possono sperare di “adattarsi” con le magre risorse che essi controllano. E non si può non ricordare che la popolazione mondiale è raddoppiata negli ultimi 40 anni (da 4 a 8 miliardi) e non nei Paesi ricchi. Mentre la mitigazione del cambiamento climatico è riconosciuta come una responsabilità globale, l’adattamento come moderazione degli effetti negativi di questo cambiamento viene sostanzialmente relegato al rango di problema dei singoli Paesi. Ma senza un respiro globale e una governance multilaterale delle politiche di adattamento, le differenze tra Paesi avranno un impatto sociale globale che renderà più drammatico il cambiamento climatico, con il mondo più ricco sempre più diviso dal mondo più povero, e quindi assediato dalla componente più numerosa dell’umanità.

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