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Per la Nadef un ok con le dita incrociate

Istat, Bankitalia, Corte dei conti e Ufficio parlamentare di bilancio hanno sottolineato che per l'Italia la navigazione nel 2020 potrebbe essere particolarmente complicata per via di una congiuntura internazionale che è carica di incertezze, e che è opportuno approfittare del calo dello spread per ridurre il debito pubblico

di Rossella Bocciarelli

Ecco cos'è e perché è così importante la Nadef

3' di lettura

Un ok di fondo, tenendo però le dita incrociate. È quello arrivato da Istat, Bankitalia, Corte dei conti, Ufficio parlamentare di bilancio. Tutti i soggetti che si sono espressi sulla Nota di aggiornamento al Def non hanno potuto evitare di rimarcare che la navigazione nel 2020 potrebbe essere particolarmente complicata per via di una congiuntura internazionale che è carica di incertezze. E che con rischi globali sul commercio con l’estero tutt’altro che trascurabili, il paese con il terzo debito pubblico del mondo deve cercare di rafforzare la fiducia che i mercati sono tornati ad accordargli, non limitarsi a starvi seduto sopra.

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Così il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha rimarcato che una previsione di crescita dello 0,1 per cento per quest’anno è una stima corretta «in assenza di una significativa involuzione del quadro internazionale». Quanto all’Upb, ha presentato una tabella che fa venire i brividi: se si dovesse manifestare uno shock globale tale da bloccare i flussi del commercio internazionale, la crescita italiana nel biennio 2020-2021 potrebbe contrarsi dell’1,41 per cento e il deflatore del Pil, così importante per valutare la dinamica del Pil nominale e quella del rapporto debito–Pil potrebbe flettere nel biennio addirittura di 3,44 punti.

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In buona sostanza, se per caso si dovesse concretizzare un forte shock esterno, questo potrebbe mettere a durissima prova un paese che è fragile sia sul lato della crescita che su quello del debito pubblico. Per questo motivo sia la Corte dei conti che la Banca d’Italia hanno battuto sulla necessità di sfruttare al massimo le particolari, ultra-favorevoli condizioni dei tassi di interesse per avviare un percorso credibile di riduzione del debito.

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Il vice direttore della Banca d’Italia Luigi Signorini ha ricordato che lo spread italiano, arrivato a fine maggio a toccare i 290 punti base oggi si è riportato a 140 punti: anche sulla base di questa più favorevole dinamica dei tassi il governo programma un calo del rapporto fra debito e prodotto nel triennio di circa un punto percentuale di Pil rispetto a quanto previsto nel quadro tendenziale. Per un paese nel quale il debito pubblico continua a rappresentare uno dei principali fattori di debolezza, assicurare che la variazione abbia il segno meno davanti è il minimo indispensabile, ha rimarcato, soprattutto in una situazione irripetibile come l’attuale nella quale disponiamo dei più bassi tassi d’interesse che si ricordino.

Il termometro della fragilità italiana, del resto, è dato dallo spread. Che certamente si è fortemente ridotto non appena i mercati hanno constatato una intenzione più robusta del governo italiano rispetto alla volontà di uniformarsi alle regole di controllo della finanza pubblica. Ma che resta pur sempre il doppio di quello spagnolo e il quadruplo di quello francese. Per convergere con questi paesi che sono i nostri vicini di casa la fiducia va rafforzata e a questo debbono contribuire tanto le prospettive dei conti pubblici quanto quelle della crescita.

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Bankitalia, per questo, ha spezzato una lancia a favore di una riforma di struttura importante che è quella tributaria e ha ricordato che a limitare lo spazio per una riduzione del cuneo fiscale più ampia è stata la scelta di disattivare completamente la clausola di salvaguardia per il 2020. Però la riforma fiscale non deve consistere nell’abbattere tutte le imposte tout court, ma in riequilibrio fra imposte dirette e indirette che alleggerisca i fattori della produzione, tenendo bene a mente, in modo da circoscriverli, gli eventuali effetti negativi sul piano distributivo.

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