Interventi

Per non fare parte eguali tra diseguali nell'economia europea infetta

di Paolo Liberati e Massimo Paradiso

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(AFP)


3' di lettura

La banca centrale europea mostra di aver dismesso l'atteggiamento cautamente cinico sinora mostrato, intervenendo con un Quantitative easing pandemico per 750 miliardi, per sua natura contingente ma flessibile nell'impiego a seconda delle specifiche necessità che l'inasprirsi della pandemia potrà porre. Resta aperta, o forse dopo questo intervento resta più serrata, la possibilità di ricorrere al programma OMT, per l'acquisto condizionato di titoli di titoli di stato. Ma ancor più resta aperta la vera questione di fondo. E cioè che questo consistente volume di liquidità si traduce pur sempre in prestiti, in una crisi che è essenzialmente produttiva e che avrà effetti dirompenti sul PIL europeo, e specialmente italiano. Occorrerà abbandonare la concezione ideologica che la spesa pubblica in disavanzo sia in ogni condizione una mera aggiunta alla circolazione monetaria, e quindi inflazionistica, mentre il credito bancario sarebbe potere d'acquisto a disposizione di imprese produttive, in grado di accrescere liquidità e flusso dei beni reali, preservando la stabilità dei prezzi.

Il feticcio dell'inflazione non potrà essere agitato, come pure si è fatto, in questa crisi che non è finanziaria quale fu quella del 2008, e per la quale la politica monetaria non è pertanto sufficiente. Agire dal lato della produzione è altrettanto, se non anche più urgente e la sospensione del Patto di stabilità rischierebbe di fare parti uguali tra diseguali. Il massiccio QE sarà efficace se contribuirà a mantenere i tassi di interesse sui titoli italiani sufficientemente vicini ai tassi tedeschi per lungo tempo; significative divergenze, altrimenti, sarebbero preoccupanti. Non basta evitare che l'aumento dei tassi riguardi le emissioni di titoli strettamente connesse agli interventi anti-pandemia; sarà necessario che un basso profilo dei tassi di interesse si estenda – nella durata – anche al successivo e periodico rinnovo dello stock esistente di debito pubblico, poiché nel frattempo il rapporto tra debito e Pil italiano potrebbe essersi avvicinato al 150%. In caso diverso, il problema sarà solo rinviato; e lo spread alla fine del coronavirus potrebbe essere la nuova pandemia.

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Nella costanza di un atteggiamento contrario all'emissione di Eurobond, l'unica assicurazione al riguardo è forzare i meccanismi europei per tenere questa parte di debito fuori dal calcolo, sotto la linea del bilancio e dei parametri. Senza un cambiamento strutturale, le conseguenze post pandemia di questo circolo vizioso avranno un solo nome: austerità. Con gli effetti già noti: riduzione della spesa pubblica, riduzione degli investimenti pubblici, e tassi di interesse sul debito in ulteriore crescita.

A fronte di paesi che si muovono già al di fuori del perimetro del bilancio pubblico. La Germania (e non solo) ha annunciato interventi nel sistema produttivo per 550 miliardi di euro che passano sotto la linea del bilancio. Si tratta di debiti e risorse che fanno capo alla KfW. È una banca pubblica, collegata con altre banche pubbliche in ogni Land tedesco, i cui debiti non transitano nel bilancio dello Stato federale, e quindi nel rapporto tra debito e PIL. Un residuo della finanza di guerra, la KfW, creata nel 1948 per veicolare gli aiuti del Piano Marshall, oggi eccellente strumento per il sostegno dell'economia tedesca. Ed è un provvidenziale trucco contabile, utile anche per l'attuale finanza di guerra sanitaria.

Che non solo garantisce le banche che prestano, ma anche le imprese che ricevono il prestito; e che rende la Germania ancora indifferente rispetto all'emissione di Eurobond. Una garanzia pubblica a tutto campo, come si conviene in tempi di emergenza. Che differenzia la KfW dalla nostra Cassa Depositi e Prestiti (CDP), per la quale, in passato, sono stati manifestati dubbi sull'esclusione dal calcolo del debito pubblico italiano, e che comunque non può svolgere lo stesso ruolo.

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