Riformare la giustizia / 1

Per non sprecare risorse è necessaria la revisione della geografia giudiziaria

di Edmondo Bruti Liberati

(mrmohock - stock.adobe.com)

4' di lettura

Lentezza dei processi, indebite influenze nelle nomine del Consiglio superiore della magistratura, polemiche intorno a indagini e sentenze. Un momento difficile per la giustizia in Italia, mentre sono all’ordine del giorno in Parlamento riforme sui processi civile e penale, sull’ordinamento giudiziario e sul Csm.

Il Rapporto sull’“Efficienza della giustizia” di The European House – Ambrosetti del 2020 segnala le criticità, ma dà atto, con accenti di apprezzamento, delle iniziative del Csm. Al programma Best Practices, finanziato dalla Ue con il Fondo sociale europeo hanno partecipano molti uffici giudiziari e il Csm ha svolto un ruolo di propulsione. Una delle studiose più autorevoli dei sistemi giudiziari europei, Daniela Piana, ha rilevato che «il più significativo laboratorio di innovazione organizzativa attivo nel settore giustizia in Europa si è trovato in Italia a partire dal 2007» nell’attuazione di quel programma. Ora il ministero della Giustizia promuove la diffusione di questi modelli organizzativi nelle situazioni di maggiore difficoltà.

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Il tema è di rinnovata attualità con i problemi che Covid-19 ha posto alla organizzazione giudiziaria e richiede incisive riforme.

Tra le proposte, quella del “Comitato programma per l’Italia”, è stata presentata su Il Sole 24 Ore il 16 giugno scorso da Carlo Cottarelli e Alessandro De Nicola. Tra le molte riforme interessanti e innovative segnalo, tra tutte, quella sulla giustizia tributaria.

Sorprende però che il Programma si apra, e con enfasi, su un tema del tutto eccentrico. La valenza garantistica della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è contestata non solo da magistrati, ma da molti illustri giuristi ed è lungi dal fare l’unanimità nella stessa avvocatura. Un Pm separato radicalmente dalla magistratura giudicante in prospettiva potrà essere meno indipendente rispetto all’esecutivo; nell’immediato sarà più vicino, troppo vicino, alla polizia e meno “forte” nel contrastare le ineluttabili pressioni per il risultato immediato “colpevoli tutti e subito” con misure cautelari e mezzi intrusivi di indagine come le intercettazioni. Ma un dato non è controverso: la separazione non ha incidenza alcuna sulla efficienza del sistema giudiziario e sulla celerità dei giudizi.

Si propone poi di introdurre figure «simili ai court manager, soggetti titolari del caseflow management – cioè, della gestione dei procedimenti e del loro flusso – negli uffici giudiziari statunitensi». Il “trapianto” di modelli in contesti diversi per lo più ha dato risultati controproducenti. Ma qui si tocca il nucleo della funzione del magistrato dirigente, giudice o Pm. La «gestione dei procedimenti e del loro flusso» deve muoversi nel delicato equilibrio tra produttività e celerità da un lato e dall’altro rispetto delle garanzie dei giudicabili, prima tra tutte quella del «giudice naturale precostituito» (art.25 Cost.) attraverso il sistema delle «tabelle di composizione degli uffici». “Chi si occupa di cosa?”, nella tradizione, lo decideva il presidente del Tribunale a suo arbitrio; peggio ancora attribuire oggi questo ruolo a un «court manager».

Si propone l’«Istituzione di corsi continui da parte della Scuola superiore della magistratura (Ssm), riservati agli aspiranti dirigenti, con docenti esterni (provenienti da Scuole di management, Università, Società civile, anche di provenienza estera)». Ma negli ultimi anni la Ssm lo ha già fatto. All’onore delle cronache sono venute le vicende sconcertanti delle pressioni sul Csm per la nomina di dirigenti di alcuni importanti uffici, ma è un dato riconosciuto il significativo miglioramento delle capacità di innovazione dei dirigenti degli uffici nominati negli ultimi anni, grazie a queste iniziative di formazione e anche al minor rilievo assegnato al criterio dell’anzianità.

Il “Programma per l’Italia” pone giustamente l’accento sull’Ufficio per il processo, che oggi vede il ministero della Giustizia rilanciare l’iniziativa promossa nel 2014 dall’allora ministro Andrea Orlando.

Ed infine, last but not least, è proprio il caso di dire, sorprende la mancanza nel Programma di ogni cenno alla geografia giudiziaria.

Il Tribunale “sotto casa” non ce lo possiamo più permettere. La riforma Severino è rimasta incompiuta. Per le Corti di Appello il principio è quello di una per regione. Ma la Sicilia ne ha quattro: Palermo, Caltanissetta, Messina e Catania; la Puglia ne ha tre: Bari, Lecce e Taranto. Se due Corti sono sufficienti per macroregioni come Lombardia e Campania altrettante dovrebbero bastarne per Sicilia e Puglia. È stato insensato mantenere un Tribunale in ogni capoluogo di provincia, tanto sono diversificate le situazioni. Per la revisione non si partirebbe da zero. Vi è la proposta della Commissione Vietti del 2016 e il ministero della Giustizia dispone di tutti i dati aggiornati necessari. Vi è almeno una ventina di piccoli, troppo piccoli, tribunali in Italia che per le loro ridotte dimensioni non sono in grado di garantire efficienza, ed entrano in crisi quando sopravvengono emergenze.

L’occasione è unica: fondi europei da utilizzare nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, o Pnrr, concorsi per nuovi magistrati, assunzione di personale amministrativo e ufficio per il processo. Bruxelles vigilerà giustamente su come saranno gestiti i fondi europei. In mancanza di un incisivo e preventivo intervento sulla revisione della geografia giudiziaria sarà inevitabile un gigantesco spreco di risorse. Per evitarlo gioverebbe l’apporto di un autorevole esperto come Carlo Cottarelli.

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