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Per una nuova imprenditorialità forestale

Il versante imprenditoriale della scienza mostra un’imprenditorialità produttiva nel senso che essa si occupa del come far nascere in diversi modi qualcosa di nuovo che valorizzi gli apporti scientifici e creativi

di Piero Formica

(beeboys - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il versante imprenditoriale della scienza mostra un’imprenditorialità produttiva nel senso che essa si occupa del come far nascere in diversi modi qualcosa di nuovo che valorizzi gli apporti scientifici e creativi. Lo fa entro una visione etica del capitalismo che spinge ad allineare i profitti con il bene pubblico, il bene sociale e i beni naturali. L'impresa scientifica nasce dall'incontro tra i ritrovati della scienza e i fermenti culturali dell'età della conoscenza contraddistinta dall'apprendimento orizzontale o transdisciplinare contrapposto all'insegnamento verticale di singole e separate discipline (i silos disciplinari) proprio dell'età industriale.

Fu Francis Bacon, statista e filosofo inglese del Rinascimento, a sostenere che «le distribuzioni e le partizioni della conoscenza sono come rami di un albero che si riuniscono in un fusto, che ha una dimensione e una quantità di interezza e di continuità prima di arrivare a interrompersi e a spezzarsi in braccia e rami; perciò è bene erigere e costituire una sola scienza universale. Perché il contrario ha fatto sì che le scienze particolari diventassero sterili, superficiali ed erronee, poiché non sono state alimentate e mantenute dalla fonte comune».

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Conseguentemente, l'impresa scientifica viene contestualmente modellata tanto dai dati e metodi degli studi scientifici quanto dalle narrazioni e dai significati degli studi umanistici. Essa nasce non solo per ‘fare cose', ma per ‘fare cose buone' a beneficio di tutti i viventi. Oggi, tra gli ideatori di imprese scientifiche spiccano le nuove leve dell'istruzione che hanno a cuore la difesa della natura. Costoro intraprendono consapevolmente il viaggio della complessità che avviene nei sentieri intrecciati delle scienze dure, della tecnologia, delle arti liberali e delle scienze sociali. Una tappa del viaggio è l'imprenditorialità forestale.

Wolfgang Goethe è il viandante che dalla fonte della solitudine nella foresta trae i suoi pensieri. È nel fitto dei boschi che l'umanista e scienziato tedesco cresce come persona pensante in sintonia con la natura. Con la mente e gli occhi di Goethe oggi spetta a noi riflettere sul ruolo prezioso che gli alberi possono svolgere nell’affrontare il cambiamento climatico. Il Paulson Institute fa luce sulle ricerche che dimostrano che «tra il 2001 e il 2019 le foreste hanno assorbito il doppio dell’anidride carbonica emessa, con una riduzione netta di 7,6 miliardi di tonnellate. Si tratta di una cifra superiore alle emissioni annue di carbonio combinate di Stati Uniti e Regno Unito». L'efficienza delle foreste è però messa a dura prova dalla deforestazione. La Banca Mondiale «stima che dal 1990 abbiamo perso mezzo milione di chilometri quadrati di copertura forestale. Si tratta di circa cinque volte la superficie del Regno Unito. Al ritmo attuale di distruzione, le foreste pluviali tropicali del mondo – le nostre più grandi riserve di biodiversità e di carbonio – scompariranno entro 100 anni». È allarmante la conversione incontrollata delle foreste brasiliane in pascoli e terreni coltivabili. Il Cerrado, una vasta ecoregione di savana tropicale con un’estensione pari a un terzo del Paese, è diventato uno dei più grandi granai del mondo.

La deforestazione e la conversione dei terreni forestali ad altri scopi contribuiscono a generare circa 1,5 gigatonnellate di carbonio all’anno. Non ci sono soluzioni semplici per un problema complesso qual è l'obiettivo “carbonio zero”. Non basta ed è anche illusorio piantare nuovi alberi. Il Paulson Institute rileva che «la Cina si è recentemente impegnata a piantare e conservare 70 miliardi di alberi entro il 2030; l’UE si è impegnata a piantarne 3 miliardi entro quella data; il Canada ha un piano di 2 miliardi e il Regno Unito ne ha uno di 1 miliardo circa». Il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti mira a piantare più di un miliardo di alberi nel prossimo decennio.

Gli investimenti scientifici e tecnologici vanno indirizzati verso iniziative, anche di natura imprenditoriale, ben eseguite nello sfruttare il potenziale degli alberi di catturare il carbonio. Piantare le specie non autoctone alza il tasso di mortalità dei nuovi alberi, abbassa le falde freatiche e riduce la disponibilità di acqua. Se intervengo sussidi pubblici per la protezione delle foreste, essi vanno incanalati verso la ricrescita naturale dell'ecosistema arboreo. L'aspettativa è che dalla ricerca scientifica e tecnologica nascano varietà di piante di alta qualità per il rimboschimento e che l'imprenditorialità forestale si adoperi di conseguenza.

piero.formica@gmail.com

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