LUCA BIANCHI. DIRETTORE SVIMEZ

«Per ora è solo una misura difensiva»

«È necessario riattivare le politiche di sviluppo per uscire dalla stagnazione»

di Nino Amadore

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Luca Bianchi. Economista, è direttore della Svimez, l'associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno, autore con Antonio Fraschilla del libro “Divario di cittadinanza”

«È necessario riattivare le politiche di sviluppo per uscire dalla stagnazione»


3' di lettura

I numeri sono tutti lì, in un papello di slide consegnato un paio di settimane fa ai parlamentari della commissione Bilancio . Non sono buoni: non lo sono per il Sud. Anzi sono pessimi, in via definitiva. A mettere la firma, in qualche modo, all’analisi Luca Bianchi, direttore della Svimez, autore con il giornalista di Repubblica Antonio Fraschilla di un libro che la dice tutta sulla condizione, di questi tempi si direbbe endemica, del Mezzogiorno del paese: “Divario di cittadinanza. Un viaggio nella nuova questione meridionale” edito da Rubbettino.

Il Sud ha perso nel solo 2020 380mila posti di lavoro. Può essere utile la decontribuzione del 30% per arginare questa emorragia?
È una misura che rientra in un’ottica prevalentemente difensiva che è molto utile in una fase di crisi così evidente. Tutto dipende però dal riattivare le politiche di sviluppo. La decontribuzione è importante perché attenua l’impatto sull’occupazione ma non ti fa uscire dalla stagnazione.

È vero che c’è un divario di cittadinanza ma forse perché il cittadino meridionale in qualche modo non è stato capace di farsi valere.
È una riflessione che noi facciamo: come è possibile che questa divaricazione di cittadinanza tra Nord e Sud sia avvenuta non solo nel disinteresse della classe politica meridionale ma come è possibile che sia avvenuta senza che nessuno alzasse la voce. C’è stata una sorta di assuefazione. A forza di dire che abbiamo sprecato un sacco di soldi è prevalso il senso di colpa e il Sud ha smesso di rivendicare diritti costituzionali tutelati. Una riflessione che facciamo non con i numeri ma con le storie, con un viaggio che ci ha permesso di toccare con mano, di vedere in presa diretta quello che è accaduto.

Cosa bisognava fare?
Affermare il diritto ad avere le stesse condizioni dell’altra parte del Paese. Chiedere di spostare l’azione dalla tradizionale politica di interventi speciali a quelli ordinari. Ora la questione dei diritti sta diventando locale mentre quella dello sviluppo sta diventando nazionale.

Che significa?
Significa che l’Italia sta scivolando sempre più in basso rispetto all’Europa. E la progressiva contrapposizione degli interessi locali, la deriva del sovranismo regionale, hanno fatto sì che si frammentassero i percorsi di sviluppo . La situazione oggi è abbastanza chiara: a Nord ci sono Emilia Romagna, Lombardia e Veneto che reagiscono alla crisi provocata dalla pandemia in modo più rilevante: perchè sono più interconnesse con il mondo e con i mercati. Le ali occidentali e orientali del Nord hanno più difficoltà. Il Centro, in parte sta scivolando verso Sud perché qui si nota la straordinaria difficoltà a fare investimenti. La «ripresina» 2015-2018 aveva evidenziato l’emergere di un doppio divario: l’Italia cresce la metà della media europea e il Sud la metà del Centro-Nord. Il rischio oggi è di avere un Paese unito nella crisi ma disgregato nella ripartenza.

E al Sud cosa sta succedendo? I dati che avete presentato in commissione sono deprimenti.
C’è un gruppetto di regioni continentali come la Campania e la Puglia con una capacità di reazione più rapida. Poi ci sono le regioni della fascia tirrenica come la Calabria e le isole (Sicilia e Sardegna) che invece non reagiscono. Hanno ridotto la quota di produzione industriale e si trovano in una condizione che possiamo definire di economia di sopravvivenza. In alcuni casi si sconta il fallimento dei Fondi Ue perché non si è riusciti a tirare fuori un’idea di sviluppo non tanto perché non si è riusciti a spenderli. Come ho avuto modo già di dire il Mezzogiorno rischia si spaccarsi tra regioni più resilienti e realtà regionali che rischiano di rimanere incagliate in una crisi di sistema senza vie di uscita.

Non c’è il rischio anche per le nuove risorse che stanno arrivando: quelle del Recovery fund?
Il Recovery fund è una vera occasione da cogliere: sono tanti soldi, non ci sono i limiti delle politiche regionali ed è un programma che dà obiettivi chiari e coincidenti con gli interessi del Mezzogiorno. Il che vuol dire fare cose concrete. Ed è possibile in questa occasione fare un’operazione di riequilibrio senza togliere risorse al Nord. Più che sollecitare e fare un inventario di progetti occorre definire un chiaro disegno di sistema che sia incardinato su interventi produttivi, non assistenziali, in conto capitale.

Torniamo alle cose da fare...
Serve per il Sud un percorso sostenibile di perequazione che consenta di superare la pratica della “spesa storica”. Poi quello che chiamiamo Progetto Southern Range mediterraneo con l'infrastrutturazione del quadrilatero Zes del Mezzogiorno e l’asse siciliano, le autostrade del mare, le connessioni secondarie tra direttive strategiche e aree interne. E infine il sostegno alla transizione ecologica e digitale.

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