Sardegna

Per le ostriche sarde mercato in ripresa (+10%) rispetto al 2019

di Davide Madeddu

 Raffaele Bigi, consorzio

2' di lettura

La contrazione dettata dalle serrate della pandemia è superata. E ora, per le ostriche, cozze ma anche arselle e bocconi della Gallura si riprende a guardare al mercato con fiducia. E con numeri in crescita anche rispetto al 2019. Numeri che fanno ben sperare gli operatori del Consorzio Molluschicoltori di Olbia, l’organismo che riunisce 19 cooperative ittiche e garantisce occupazione tra soci lavoratori, dipendenti stabili e stagionali, a circa 300 persone. Numeri a cui si devono aggiungere quelli dell’indotto che ruota attorno al mercato dei prodotti ittici spaziando dalle pescherie alle rivendite dei supermercati finendo poi con i ristoranti.

«Nel 2020 c’è stata una contrazione del 25% – premette Raffaele Bigi, presidente del Consorzio – sopratutto nei mesi della chiusura totale quando si è fermata la vendita ma non la produzione. Poi da settembre in poi la ripresa». Una situazione che è migliorata nel 2021. E a far ben sperare sono i dati del primo semestre di quest’anno. «Abbiamo superato il dato del primo semestre del 2019, ossia quello del periodo pre covid, con una percentuale che supera il 10% – argomenta – e i numeri sembrano destinati a migliorare». La produzione del Consorzio, composto da 19 cooperative, «di queste 7 si occupano esclusivamente dell’allevamento delle ostriche mentre altre si stanno convertendo» si aggira intorno a 40 mila quintali di prodotto, per un valore economico che oscilla tra gli 8 e i 9 milioni.

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«Più che parlare di importi - argomenta il presidente - preferiamo evidenziare la quantità del prodotto. Circa la metà dei nostri prodotti finisce nei 600 ristoranti che riforniamo e diventa componente principale dei primi piatti che saranno poi serviti».

L’altra metà della produzione, oltre alle ostriche (14 pezzi per un sacchetto da un chilo al prezzo che oscilla intorno ai 12 euro al chilo all’ingrosso) ci sono anche le cozze «che valgono il 90% della produzione», arselle, tartufi di mare, bocconi maschi e cannolicchi, finiscono nella penisola. «In questo caso - prosegue Bigi - si spazia dalla Liguria alla Toscana continuando con il Veneto e la Lombardia». Non meno importante l'aspetto ambientale. «Sino a poco tempo fa avevamo a disposizione 150 ettari di concessione demaniale – continua ancora – ora ne abbiamo ottenuti altri 20. Si tratta di una superficie che ci serve per preservarci dalle perdite legate all’aumento delle temperature, questo ci mette in condizione di lavorare in maniera tranquilla, perché si possono utilizzare gli spazi con acqua più profonda e anche più ossigenata».

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