Reati contro la persona

Per la «pacca» alla giornalista, Daspo e rischio condanna per violenza sessuale

La Cassazione è ormai ferma nel contestare il reato più grave e non la semplice molestia, per punire un gesto evergreen, come quello compiuto la scorsa settimana nei confronti di una giornalista, in diretta Tv

di Patrizia Maciocchi

Giornalista molestata, identificato il responsabile

3' di lettura

«Per favore ritira la denuncia, come vedi ci ho messo la faccia». Chiede scusa e si dice pentito il tifoso della fiorentina che, in diretta Tv, ha molestato la cronista di un’emittente privata toscana, fuori dallo Stadio. Gesti accompagnati da frasi sessiste anche da parte di altri spettatori al termine dell’incontro dei viola con l’Empoli. C’è da chiedersi se le scuse sarebbero arrivate lo stesso, se le telecamere non avessero immortalato e consegnato a tutta Italia, proprio l’immagine di quella faccia che ora l’uomo, 45 anni, dichiara di averci messo spontaneamente. Intanto per lui è arrivato un Daspo, già in vigore, che lo obbligherà a disertare, per tre anni, le partite della squadra del cuore. Decisamente peggiore l’accusa che pende sul capo del tifoso nell’ambito di un’indagine che ipotizza il reato di violenza sessuale. Accusa che può reggere alla luce della nutrita giurisprudenza della Corte di Cassazione, in tema di “pacche” sui glutei e palpeggiamenti.

La sorpresa della vittima

Orientamenti che, pur con molti distinguo, prendono le distanze dalla minimizzazione dei gesti “rubricati” come semplici molestie. L’ultimo verdetto senza incertezze, la Cassazione lo ha emesso proprio lo scorso 8 marzo. La Suprema corte, con la sentenza 9146/2021, ha affermato che scatta il reato di violenza sessuale, e non quello di molestia sessuale, in caso di «toccamento non casuale dei glutei», anche se sopra i vestiti «essendo configurabile la contravvenzione solo in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo e insistito, diversi dall’abuso sessuale». Ad essere punita con il reato più grave è dunque l’invasione della sfera sessuale, subita dalla vittima che non può opporsi, perchè la mossa è quasi sempre repentina e imprevista. In passato i giudici di legittimità (sentenza 35473/2016) si erano preoccupati di sgombrare il campo dal rischio di confusione con lo sfioramento accidentale, cavallo di battaglia di molti difensori. La casualità va esclusa, avevano chiarito gli ermellini quando la mano resta sul “posto” un «apprezzabile lasso di tempo» e il gesto è privo di concupiscenza. Un principio che imponeva quasi una prova diabolica e che aveva dato qualche speranza di farla franca ai patiti della mano lesta. Ma presto è arrivata un’inversione di rotta. Già nel 2017 (sentenza 31737) i giudici di legittimità avevano condannato per violenza sessuale un viaggiatore “distratto” che, in areo, mentre era intento a un leggere il giornale, forse non formato tabloid, si era allargato con la mano verso il seno della passeggera di fianco. La Cassazione aveva escluso il caso fortuito, anche perché c’era stato un bis, ovviamente non richiesto, e condannato per un reato che viene punito, secondo la gravità e la presenza di attenuanti, con una pena che va da sei a 12 anni.

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Goliardia e casualità: cavalli di battaglia dei difensori

La Suprema corte ha poi mantenuto la rotta. Con la sentenza 31737/2020 ha affermato che per la consumazione del reato di violenza sessuale basta che il colpevole raggiunga le parti intime della persona offesa (zone genitali o comunque erogene). In tal caso non importa la durata del contatto, né che la vittima sia poi riuscita a sottrarsi all’azione dell’aggressore o che questa abbia tratto dal suo gesto una soddisfazione erotica. A pesare sono la sopraffazione fisica e la rapidità dell’azione tale da sorprendere la vittima superando la sua resistenza.Ad essere condannati a causa della loro attrazione per il “lato b”, sono stati in molti: dai giudici ai docenti universitario fino ai carabinieri. Una via molto percorsa, a volte con successo nei tribunali di merito, è quella del gesto goliardico. Nel 2018 il Gip del Tribunale di Vicenza, su richiesta del Pm, ha archiviato un procedimento nato dalla denuncia di un’impiegata contro il suo capo, che aveva l’abitudine di dare manate sui glutei, come gesto cameratesco e goliardico, almeno così era risultato dalle testimonianze di molti colleghi dell’impiegata. Il Pm aveva allora chiesto l’archiviazione perchè con questo “quadro” l’accusa non avrebbe retto in Tribunale. Il problema è ancora una volta più culturale che giuridico. Basta fare in questi giorni un giro nei siti web che riportano la notizia della cronista toscana. C’è di tutto anche chi rimpiange i bei vecchi tempi in cui la “manata” era considerata un segno di apprezzamento per l’avvenenza femminile. E magari fonte di rammarico per chi non riceveva questo tangibile riconoscimento, perché non degna di attenzione particolare.

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