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Per Pillon appello bis, fuori dal diritto di critica istigare alla discriminazione

Depositate le motivazioni con le quali è stata annullata la sentenza della Corte d’Appello che aveva ribaltato la condanna di primo grado assolvendo il senatore Simone Pillon dal reato di diffamazione nei confronti dell’associazione Omphalos Lgbti

di Patrizia Maciocchi

(Bruno Bleu - stock.adobe.com)

2' di lettura

È giusto limitare la libertà di espressione quando questa si traduce in un’istigazione alla discriminazione a danno di alcuni gruppi. La corte di cassazione (sentenza 25759) ha depositato ieri le motivazioni con le quali ha disposto un appello bis nei confronti del senatore Simone Pillon. La Suprema corte ha infatti annullato la sentenza con la quale la corte d’Appello aveva deciso che le offese rivolte dal senatore Pillon alle associazioni Lgbti durante tre incontri – a Bastia Umbra, Assisi e San Marino nel 2014 – come consigliere nazionale del Forum delle associazioni familiari - rientravano nella critica politica.

Le associazioni non sono contraddittori politici

Per i giudici di legittimità però né le associazioni né le famiglie arcobaleno finite nel mirino di Pillon sono contraddittori politici. La critica politica poteva essere rivolta al disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, ma bersaglio di epiteti denigratori non poteva essere, l’associazione Omphalos. A quest’ultima era stata infatti attribuita da Pillon, che allora non sedeva ancora negli scranni di Palazzo Madama, la diffusione di materiale che istigava all’omosessualità, con il fine di fare proselitismo, nel corso di un’assemblea studentesca in Umbria. Secondo il Tribunale, Pillon aveva «diffuso notizie non corrispondenti al vero sull’attività di informazione e di prevenzione delle malattie veneree svolte dall’associazione, attribuendole iniziative e messaggi distorti rispetto al loro effettivo contenuto». Sotto attacco era finita l’associazione impegnata ad incontrare le scuole per contrastare il bullismo e l’omofobia. La Suprema corte ha passato un colpo di spugna sulla sentenza di appello che aveva ricondotto i fatti nell’alveo del legittimo esercizio del diritto di critica politica, inquadrando l’episodio nel dibattito in corso sul disegno di legge Cirinnà.

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L’hate speech secondo la Cedu

La Cassazione dopo aver rilevato anche lo sfasamento temporale tra il dibattito sulle unioni civile ed alcune esternazioni di Pillon nel corso di un’assemblea studentesca, sposta l’attenzione sul campo della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’Uomo che ha misurato la libertà di espressione anche «in riferimento al discorso discriminatorio, finalizzato alla promozione del pensiero unico e, in genere, espressivo di odio». I giudici di legittimità precisano che la Convenzione non fornisce un’espressa definizione di «incitamento all’odio» che invece si trova nella Raccomandazione n.97 del Comitato del ministri del Consiglio d’Europa adottata nel ’97. Un atto con il quale si definisce l’”hate speech” come riferito «a tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio basate sull’intolleranza». L’invito della Cedu alle autorità interne, a fronte dell’incitamento alla discriminazione, nei confronti di gruppi specifici da isolare, è di contrastare il discorso diffamatorio anche riducendo una libertà di espressione «irresponsabilmente esercitata e che provoca offesa alla dignità e alla sicurezza di questa parti o gruppi della popolazione».

Creato il contesto la Cassazione torna sullo specifico caso Pillon ed esclude che il Forum delle famiglie e l’associazione Omphalos siano contrapposte, che quanto detto da Pillon rientri nella critica politica, né di critica tout court né nel diritto di satira. La causa torna alla Corte d’Appello.

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