Interventi

Per le pmi servono soluzioni

di Aurelio Agnusdei*


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(athitat - stock.adobe.com)

3' di lettura

Sono 5,3 milioni le piccole e medie aziende (con fatturato entro i 50 milioni) che danno lavoro a 15 milioni di persone e producono un valore complessivo di 2mila miliardi di euro, in pratica pari all'intero PIL (dati Prometeia).

Che le PMI rappresentino un patrimonio prezioso lo dimostrano i numeri ma anche il fatto che altrove, segnatamente negli Usa, dove sono 30 milioni e hanno creato i due terzi dei nuovi posti di lavoro nelle ultime decadi, la politica industriale le abbia sempre messe al centro, favorendole per esempio negli appalti pubblici fin dal 1953 con il primo Small Business Act.

Anche l'Europa si sta muovendo su questo fronte e di recente ha emanato il suo Small Business Act per dare vita a un ambiente favorevole alla crescita delle PMI nei diversi mercati paese .

Un atto dovuto, anche in considerazione del fatto che la stagnazione economica e la riduzione del credito bancario che durano ormai da dieci anni, ha impattato con maggior violenza proprio sulle PMI.

Dall'inizio della crisi, nel 2008, si contano oltre 100mila fallimenti, mentre la produzione industriale italiana si è ridotta del 25% in valore. Poiché la produttività, secondo l'Ocse, è stata debole o negativa negli ultimi 25 anni, il PIL è rimasto praticamente stagnante per almeno un ventennio. Nell'intervallo temporale tra il novembre 2011 e l'aprile 2019, inoltre, il credito bancario è passato da 914 miliardi di euro a 668 (dati Bankitalia). Ancora, ne hanno sofferto soprattutto le PMI.

Nonostante ciò, molte di esse si sono mostrate resilienti e sono riuscite, anche in tempi bui, a innovare e a internazionalizzarsi, diventando leader in nicchie di mercato con altissime barriere all'ingresso. Eppure sono spesso sotto attacco per il loro “nanismo”, il presunto immobilismo, il carattere familiare che impedisce di aprire capitale e governance al mondo esterno, gli scarsi investimenti e la mancanza di proattività. Le PMI non hanno bisogno di prediche, bensì di soluzioni.

È se è vero che gli investimenti sono stati quasi fermi per un decennio, la causa è più rintracciabile nella mancanza di fiducia che nella volontà degli imprenditori. Che infatti, non sono stati a guardare: secondo l'ultimo Rapporto Cerved nel 2019 ben il 40,1% di essi ha autofinanziato la propria attività, mentre nel 2009 lo aveva fatto solo il 29%. Così, oggi, per il 59% delle PMI il canale bancario non è più dominante (pesa per meno del 10%), mentre per il 37% di esse pesa per il 10% e solo per il 4% è ancora prioritario.

Certamente l'autofinanziamento ha avuto la parte più importante in questo processo di sostituzione del credito bancario, ma nel contempo hanno fatto capolino nel mercato forme alternative di liquidità, come i minibond, il p2p lending, l'invoice trading, il crowdfuding e, ancora, il noleggio operativo, che consente di dotarsi degli strumenti e delle tecnologie più evolute in maniera semplice e sostenibile ottenendo anche, di fatto, finanza.

Il noleggio operativo è, tra le diverse soluzioni per le PMI, probabilmente la più nuova: il funzionamento prevede una sorta di patto fiduciario tra fornitori di beni strumentali, aziende utilizzatrici e società commerciali che acquistano dai fornitori e noleggiano agli utilizzatori. Questo consente di eliminare la gestione di ammortamenti, cespiti e smaltimenti di macchine a fine vita; garantisce sostenibilità economica senza indebitamenti bancari nonché la conservazione di liquidità; e consente di rinnovare continuamente le macchine. L'innovazione, che a ben vedere è ciò che può fare la differenza tra successo e fallimento, non è possibile senza investimenti e senza finanza, ma soprattutto senza fiducia. Il noleggio operativo coniuga tutti questi elementi e apre una frontiera nuova per le PMI.

*Vice President Sales Leasing GRENKE

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