corte Ue

Per il recesso dal mutui tempi da indicare con chiarezza

Per gli eurogiudici è insufficiente il rinvio alle norme generali

di Marina Castellaneta

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(Bloomberg)

Per gli eurogiudici è insufficiente il rinvio alle norme generali


2' di lettura

Le modalità per calcolare i tempi del recesso da un contratto di mutuo devono essere indicate in modo chiaro e conciso. Per non compromettere il diritto del consumatore a recedere non basta il rinvio alle norme generali, ma è necessaria un'informazione specifica nel contratto. È la Corte di giustizia dell'Unione europea a stabilirlo, con la sentenza depositata ieri nella causa C-66/19, destinata a incidere anche sull'articolo 125-ter del decreto legislativo n. 141/2010 con il quale è stata recepita la direttiva 2008/48 sui contratti di credito ai consumatori.

La questione
È stato il Tribunale del Land di Saarbrücken (Germania) a sollevare il quesito pregiudiziale d'interpretazione a Lussemburgo prima di risolvere la controversia tra un consumatore e un istituto di credito. Al centro della causa, il recesso esercitato dal cliente dal contratto di mutuo pari a 100mila euro con un tasso fisso al 3,61 per cento. Per la banca, tuttavia, il consumatore aveva comunicato il recesso oltre il termine consentito che era di 14 giorni dal momento in cui il cliente riceveva le informazioni obbligatorie previste dal codice civile tedesco.
Un quadro non chiaro, anche se analogo a quello di altri Paesi, secondo la Corte di giustizia perché, in sostanza, il contratto rinvia a una norma che a sua volta richiama altre disposizioni. È così evidente – osservano gli eurogiudici – che in questo modo il consumatore non riceve le informazioni previste dall'articolo 10 della direttiva. La norma, infatti, prevede non solo l'indicazione della possibilità o dell'assenza del recesso, ma anche del periodo durante il quale può essere esercitato e le condizioni per attivarlo. Solo così il consumatore è messo nelle condizioni di conoscere i diritti e gli obblighi per sciogliersi dal contratto ed è garantito un livello «elevato ed equivalente di tutela degli interessi dei consumatori», necessario per un «efficiente mercato interno del credito al consumo».

Indicazione obbligatoria
D'altra parte, se le modalità di determinazione del termine di recesso non rientrassero tra le condizioni da indicare obbligatoriamente nel contratto sarebbe affievolita la stessa possibilità di esercitare il recesso.
La catena prevista da un ordinamento interno che per le informazioni obbligatoriamente previste dall'articolo 10 della direttiva rinvia a una disposizione nazionale la quale a sua volta richiama un'altra norma non è compatibile con la direttiva perché il dies a quo del termine di recesso dal contratto (informazione obbligatoria) non è contenuto nel testo e costringe il consumatore a una caccia tra diversi atti legislativi. Per la Corte Ue questo vuol dire che il consumatore «non è in grado, sulla base del contratto stesso, né di determinare la portata del proprio impegno contrattuale, né di verificare se tutti gli elementi necessari figurino nel contratto», così come non può definire il termine dal quale decorre il diritto di recesso. Non basta il rinvio, quindi, a disposizioni nazionali, ma è necessaria una chiara e concisa informazione nel testo del contratto. Un principio applicabile, poi, anche nei casi di contratti di credito con garanzia reale che non rientrano nella direttiva, ma che il legislatore nazionale ha deciso di includere.

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