L’italia delle industrie

Per rilanciare la produttività anche la politica deve fare di più

di Andrea Goldstein

(Cultura Creative)

4' di lettura

Per l’industria italiana, una costante degli ultimi 50 anni è la ricerca del proprio spazio nella continua ricomposizione della proprietà e del controllo del capitalismo mondiale. La posizione è sfortunatamente di obiettiva debolezza, a causa dei risaputi limiti del Sistema Italia. Come mostrano i dati Crif ripresi da Ilaria Vesentini sul Sole di ieri, c’è qualche punto di forza che invita a un cautissimo ottimismo. Fondamentale sarà che le istituzioni accompagnino gli sforzi di imprese e lavoratori per rilanciare innovazione, crescita e redditività, unici ingredienti per contare al tavolo.

Come in tutti i Paesi avanzati, anche in Italia l’industria ha tendenzialmente perso terreno negli ultimi 50 anni. Secondo l’economista di Harvard Dani Rodrik, il picco è stato raggiunto nel 1980. L’industria “valeva” il 30,6% del Pil nel 1992 e il 21,8% nel 2016. Alla fine del XX secolo, l’industria occupava il 32% della forza lavoro, ma solo più il 26,6% nel 2015. Per quanto riguarda in particolare il manifatturiero, il suo peso sul Pil è passato dal 23,9% al 16,3%, recuperando in parte il tracollo della Grande Recessione. Certo l’Italia resta un’importante potenza manifatturiera, ma dal 1992, la crescita annua del valore aggiunto è stata positiva in 15 anni e negativa in 11; dal 1998 il manifatturiero è sempre cresciuto meno che in Germania, tranne che nel 2002 e nel 2009.

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Anche mezzo secolo fa, all’apogeo del fordismo e delle sue grandi fabbriche, l’industria italiana era popolata soprattutto da imprese e stabilimenti di ridotte dimensioni. Nel mezzo secolo successivo la questione dimensionale è stata croce e delizia del dibattito sulla crescita economica, anche se il gap si è marginalmente colmato. Si osservi il fatturato complessivo delle 10 principali società italiane: nel 1966 era simile a quello della quinta impresa Usa, nel 2016 della seconda.

Limitarsi però alle singole imprese è fuorviante, e in Italia ancora di più. Sempre più spesso sono i distretti industriali a competere, sulla base dei territori, della loro storia e capacità di rinnovarsi e innovare, delle relazioni tra le istituzioni e le imprese che li popolano e animano. I distretti iniziano a strutturarsi negli anni 60, si rafforzano dopo le grandi crisi energetiche grazie alla loro “specializzazione flessibile” e a partire dagli anni 90 diventano progressivamente globali. È in queste aree che fioriscono le “multinazionali tascabili” nelle 4A (abbigliamento/moda, arredo-casa, agroalimentare e automazione-meccanica). Anche se competono spesso ad armi uguali con più blasonati rivali nelle nicchie più disparate, i nuovi campioni del Terzo Capitalismo non hanno però le dimensioni dei grandi gruppi degli anni 70/80 che sono nel frattempo scomparsi (Olivetti, Ferruzzi, Montedison, Zanussi), hanno trasferito altrove la propria sede (Fiat), sono stati acquistati da gruppi esteri (Pirelli, Parmalat, Indesit).

La crisi del Meridione, poi, è senza dubbio associata alla “deindustrializzazione precoce” di una parte rilevante di Paese che sta perdendo rapidamente grande industria prima ancora di averne accumulata a sufficienza per generare nuova imprenditorialità, soprattutto nei servizi. Sono a rischio quei pochi esempi di presenza produttiva articolata intorno alla grande fabbrica, come l’Ilva a Taranto, la petrolchimica a Siracusa, e la stessa Fiat a Melfi.

In questo inizio di legislatura, l’industria nazionale appare insomma vulnerabile e generalmente incapace di sedere da protagonista ai tavoli che contano. Sono rari i Campioni globali italiani che entrano anche nel top ranking dei rispettivi settori industriali: se guardiamo la Top 10 di Mediobanca, solo alcune società a controllo pubblico (Eni, Enel, Gse, forse Leonardo, difficilmente Saipem), mentre quelle a capitale privato sono dei nanerottoli (la principale è Telecom Italia, che occupa la 13esima posizione mondiale tra gli operatori telefonici).

Quando giocano da protagonisti, il piano è spesso inclinato. Il caso Fincantieri ha messo a nudo una certa doppiezza da parte del partner che è in un certo senso naturale per realizzare operazioni di consolidamento su scala continentale. La Francia li auspica e a parole incoraggia, ma nei fatti vede con sospetto la nascita di una Eads dei mari controllata da italiani. In fondo non è andata tanto meglio ad Atlantia, che per conquistare Abertis è dovuta scendere a patti con gli spagnoli, rinunciando all’opzione iniziale dell’acquisizione. Chi negli ultimi mesi ha portato a casa dei successi lo ha fatto annacquando la propria italianità – si pensi a Luxottica che è stata incorporata da Essilor e trasferirà prima o poi il quartiere generale Oltralpe. Ferrero ha da anni sede in Lussemburgo. Forse l’unico vero global player del manifatturiero tricolore è Prysmian, che al mercato della corporate governance ha scambiato le carte del capitalismo di relazioni con quelle della public company (tutte le azioni sono sul mercato, nessun fondo arriva al 5% del capitale e i cinque che superano la soglia del 3% controllano tutti insieme il 19%).

Tutto ciò conta? Certo, perché l’impresa è più che nesso di contratti per allocare risorse scarse – è anche un attore sociale capace di innovare e di pungolare gli altri stakeholder. Non è un caso che alla crisi della grande impresa italiana sia corrisposta quella della leadership e della cultura politica (e sindacale). E poi ci sono funzioni delle imprese, come le risorse umane o la gestione della tesoreria, che ne determinano le scelte strategiche. Fino a quando l’intelligenza artificiale non avrà preso definitivamente il sopravvento, sarebbe bene ricordare che la mente umana ha razionalità limitata e che le decisioni del management dipendono anche da dove vivono e lavorano. Una classe dirigente attenta all’interesse nazionale deve occuparsi di queste questioni in anticipo.

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