Interventi

Per una rinascita del liberalismo

di Flavio Felice e Maurizio Serio

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3' di lettura

Le difficoltà del liberalismo nel campo occidentale sono da qualche tempo al centro dell'attenzione degli studiosi, come testimonia la densa riflessione di Emanuele Felice apparsa su “la Repubblica” del 3 dicembre scorso. La sua tesi è che la lunga marcia del liberalismo abbia prodotto inclusione sociale fino a quando non si sarebbe incrociata con il “neoliberismo”, che ne avrebbe corrotto il carattere. L'esito di tale degenerazione sarebbe alla base dell'attuale divorzio tra la dottrina liberale e la pratica democratica, diffondendo l'idea che si possa avere crescita economica in assenza di libertà politica e che le libertà politiche, in fondo, rappresentino un ostacolo alla dinamica della crescita economica. Per far fronte a ciò, l'articolo auspicava un'alleanza tra la dottrina liberale e il pensiero socialista e ambientalista.

In fondo, si tratta di un dibattito che viene da lontano, ben al di là della stessa categoria “neoliberista”, equivoca e abusata. Su questo ad esempio si sono confrontati i due campioni del liberalismo italiano, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, e personaggi del calibro di Luigi Sturzo, Wilhelm Röpke e Friedrich A. von Hayek. Se Einaudi sosteneva che tra la libertà economica e quelle politiche e civili ci fosse un nesso inscindibile, di contro Croce argomentava che i principi liberali attengono all'etica e sono compatibili con i diversi sistemi economici, persino con il collettivismo; di qui la distinzione tra liberalismo e liberismo. La replica di Einaudi, Sturzo e di una folta schiera di liberali dell'epoca fu che la libertà è unica, individuale e indivisibile e qualora fosse negata nel campo economico, presto o tardi, verrebbe a mancare anche in quello della politica, e viceversa.

Per questa ragione, sostenere oggi il matrimonio tra liberalismo e socialismo non appare così necessario, soprattutto se consideriamo che, all'indomani della Seconda Guerra Mondiale, il liberalismo ebbe modo di confrontarsi con le istanze sociali, che non sono sinonimo di “socialismo”, all'interno della teoria ordoliberale della Scuola di Friburgo e delle politiche ispirate all'Economia Sociale di Mercato e implementate sotto il Cancelliere tedesco Ludwig Erhard, già allievo del liberal-socialista Franz Oppenheimer.

L'elemento che tiene insieme la teoria dell'economia sociale di mercato e il liberalismo, senza scomodare il socialismo, passa per la nozione d'inclusione, così com'è stata sviluppata da Daron Acemoglu e James Robinson, in merito alla qualità delle istituzioni economiche, politiche e culturali. In breve, la democrazia ha funzionato nella storia solo nella misura in cui ha garantito inclusione progressiva. Lo stesso concetto di cittadinanza si svuota di qualunque significato allorché determinati settori o gruppi della società perdono la possibilità di essere inclusi nei meccanismi, sempre più selettivi, di legittimazione. Con una espressione “populista”, si potrebbe dire che “il popolo vuole contare”.

Alcuni recenti studi empirici hanno esaminato il modo in cui la riduzione delle protezioni sociali del welfare e le politiche fiscali restrittive adottate dai governi europei dopo la crisi del 2007 abbiano influito sulle preferenze di voto della classe media rispetto ai partiti tradizionali. Seppure sia indimostrabile una correlazione diretta tra l'insoddisfazione e il risentimento verso le politiche di austerità, da un lato, e l'ostilità alla mediazione delle istituzioni e il rigetto delle pratiche di rappresentanza correnti, dall'altro, queste analisi si focalizzano sul peso giocato dalla percezione di esclusione e deprivazione che spinge tanti elettori fra le braccia dei partiti antisistema.

Altre analisi suggeriscono che lo scontento politico non derivi semplicemente da fattori economici, ma dall'ansia relativa alla perdita di riconoscimento sociale, una dimensione chiave dell'integrazione sociale. Dunque il populismo si presenta non solo e non tanto come un problema politico o istituzionale, cui dare risposte di questo genere. Piuttosto, esso è una problema di integrazione sociale, che rinvia a fattori culturali e qualitativi, ancor prima che economici e quantitativi.

Ne Le condizioni economiche del federalismo tra Stati (1939), Hayek affermava che se in passato il liberalismo si è alleato con il nazionalismo è stato solo per ragioni di contingenza storica, riconoscendo nell'imperialismo il nemico comune. Quando, in seguito, il liberalismo si è alleato con il socialismo è stato perché con quest'ultimo ha condiviso alcuni obiettivi, quali la giustizia e la libertà, e tale condivisione avrebbe oscurato le macroscopiche e “totali” divergenze di metodo. Oggi che statalismo e sovranismo si sono combinati, crediamo valga ancora la domanda di Hayek: «è troppo sperare in una rinascita del vero liberalismo, fedele al suo ideale di libertà e internazionalismo e rientrato dai suoi temporanei sviamenti nei campi nazionalisti e socialisti?».

* Università del Molise
* Università degli Studi Guglielmo Marconi

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