Editoriali

Per la rotta del Governo, più che i volti, servono i numeri

di Guido Gentili


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2' di lettura

La squadra di Governo, cioè i volti dei nuovi ministri e i loro incarichi dopo il braccio di ferro politico finale. E poi la bozza di programma definitiva, un po' più densa di quella sotto la soglia della banalità condivisa (ad uso e consumo soprattutto del voto grillino sulla piattaforma Rousseau) diffusa martedi e che sarà a sua volta alla base del discorso del premier Giuseppe Conte alle Camere.
Certo che tutto questo serve a precisare i contorni del nuovo governo giallorosso che sta per entrare in pista dopo la crisi agostana destinata a far parlare di sé ancora a lungo e i cui esiti acrobatici non risparmieranno sorprese anche in futuro. Ma sono e saranno solo i numeri, quando verranno messi in campo a supporto delle scelte di politica economica, a definire il tracciato dell'azione di governo mettendo a nudo continuità e discontinuità ed il colore politico stesso del nuovo esecutivo, comunque rintracciabile, in buona sostanza, in una gamma cromatica che va dal rosa al rosso.

I numeri sono stati, del resto, il fattore-chiave che ha contraddistinto il vecchio governo “a contratto” gialloverde M5Stelle-Lega. Avendo fatto a pugni con essi (e dunque con la realtà) ed avendo assunto come “variabili indipendenti” la coppia reddito di cittadinanza e pensioni quota 100, la politica economica a trazione Di Maio-Salvini è finita nel vicolo cieco che abbiamo conosciuto, con due clamorose inversioni di marcia (a dicembre 2018 e a luglio 2019) per evitare la procedura d'infrazione europea. Nel mezzo, una valanga di chiacchiere ed ulteriori promesse (sempre a deficit) e l'idea che il 2019 sarebbe stato comunque, in termini di crescita, “un anno bellissimo, l'Italia ha un programma di ripresa incredibile” (premier Conte, 1° febbraio 2019, “ma era solo una battuta”, 10 aprile 2019).

In vista della legge di bilancio 2020, test fondamentale per capire dove (e come) stiamo andando, un paio di numeri vanno ricordati. Il primo è quello del debito pubblico che sfiora i 2.400 miliardi. Il secondo è quello della crescita: 0. Tra queste due cifre, in un contesto ora favorevole in termini di spread e di relazioni “benevolenti” con l'Europa, c'è il che fare. E dunque altri numeri che si trascinano dietro domande a cui va data una risposta chiara e non elusiva. Ad esempio: con quali e quante risorse si disinnescano gli aumenti dell'Iva per 23 miliardi? Come verrà riempito il vuoto dei 18 miliardi di privatizzazioni (o meglio, dismissioni) messe nero su bianco nel Def di aprile a garanzia della discesa del debito? Quante risorse verranno messe sul piatto per di ridurre il cuneo fiscale? E quante risorse andranno ai capitoli di Industria 4.0 e dell'istruzione (che tutti dichiarano di voler rilanciare)?
Si potrebbe continuare a lungo. Più di parole roboanti servono ora i numeri.

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