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Per la scuola passi avanti verso linguaggi e competenze digitali

di Gianfranco Fabi

3' di lettura

Caro Fabi, le scrivo a proposito della sua risposta dell’11 luglio sulla scuola. Ho la “brutta” abitudine di parlare solo di ciò che conosco, e ascoltare chi ne sa più di me sugli ambiti di conoscenza estranei alla mia formazione. Sono un insegnante di 56 anni, e quindi non certo un nativo digitale. Però sono anche un dottore commercialista che gestisce da solo il suo piccolo studio. Comprenderà quindi che tra Entratel, dogane, camere di commercio e fattura elettronica ho bevuto, per non affogare, come si dice. Tuttavia le posso assicurare che nelle scuole che ho girato non ho mai notato rifiuti da parte dei non nativi. Quindi ho visto utilizzare le Lim non solo da docenti di informatica, ma anche da docenti di altre discipline. All’epoca in cui frequentavo il liceo (anni 1975-1980) il mondo delle telecomunicazioni e dell’informatica era agli albori. Cosa facevano i ragazzi? Avevano due hobby: il motorino e l’elettronica legata agli impianti stereo. Così molti smontavano il motorino per accessoriarlo, personalizzarlo, per aumentarne le prestazioni. Altri invece erano appassionati di “piatti”, amplificatori, equalizzatori. Così io sentivo parlare di Ohm, watt di potenza, distorsioni del suono e via discorrendo. E noti che non sto parlando di un istituto tecnico industriale (distrutto dai vari ministri!), ma di un liceo. Nessuno di quelli che conosco è divenuto che so, un meccanico di successo o un tecnico della riproduzione del suono. Cosa intendo dire? Che un conto è tamburellare su uno smartphone, altro è farne un mestiere. Io su Facebook non ci vado per mancanza di tempo ma anche per scelta. E se i nativi digitali sfruttano i social per essere sempre connessi, ritengo che questo vada a discapito del sapere critico e non che lo incrementi.
Dott. Prof. Emanuele Grazzini

Gentile Grazzini, rispondo a Lei così come ad altri insegnanti che hanno replicato alla mia riflessione della scorsa settimana. Cito, per esempio, Salvatore Valeri, che mi invita a riconoscere la grande passione degli insegnanti verso la loro missione nonostante la scarsità dei mezzi e dei compensi. E un altro docente, che chiede di non essere citato, afferma di sentirsi quasi umiliato nel ricevere, a fronte del suo impegno, poco più di 1.500 euro al mese. E tutti hanno più di una ragione. Così come Lei, prof. Grazzini, ha certamente ragione quando sostiene che nessuno ormai, all’interno di qualunque rapporto sociale, può essere escluso dall’uso dei più moderni sistemi di elaborazione dati, di memoria e di comunicazione. Ed è vero che le Lim (lavagne interattive multimediali) sono ormai diffuse nelle scuole di ogni ordine e grado. Ma il problema di fondo non è la passione o l’impegno degli insegnanti, che per questo meriterebbero una stima e dei compensi ben più alti di quelli che ricevono. Il problema è che la scuola, come tante altre realtà come le banche e la stessa informazione, non puó limitarsi a offrire i vecchi programmi con i nuovi strumenti. E magari non dovrebbe considerare considerare pregiudizialmente Facebook e i social come un hobby perditempo (anche se talvolta lo sono). C’è bisogno di aprirsi ai nuovi linguaggi e alla nuove competenze. La scuola qualche passo deve farlo: vorranno pur dire qualcosa le innegabili difficoltà che i giovani incontrano oggi nell’entrare nel mondo del lavoro.
gianfranco.fabi@ilsole24ore.com

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