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Per Snam i gasdotti di Abu Dhabi aprono la porta del Medio Oriente

La società italiana unico operatore industriale nel consorzio internazionale che ha investito 10,1 miliardi di dollari nella rete di Adnoc

di Sissi Bellomo

(Afp)

3' di lettura

Con un valore di 10,1 miliardi di dollari è la più grande operazione di M&A dell'anno nel settore dell'energia, oltre che una delle maggiori in assoluto in tempi di coronavirus. E Snam è tra i protagonisti. La società italiana – unico operatore industriale in una cordata di grandi investitori istituzionali – sbarca negli Emirati arabi uniti, mettendo a segno la sua prima acquisizione al di fuori dei confini europei.

Oggetto della transazione sono i diritti di gestione di 38 gasdotti, anche se il gruppo guidato da Marco Alverà preferisce parlare più genericamente di rete, adatta ad accogliere in futuro l’idrogeno da rinnovabili. In pratica si tratta dell’intera infrastruttura per il trasporto di gas nel Paese del Golfo Persico, che il Governo – per fare cassa in un periodo di gravi difficoltà per i produttori di idrocarburi – ha deciso di affidare in parte a soci stranieri, con una soluzione analoga a quella che aveva scelto l’anno scorso per gli oleodotti.

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Ad aprire la porta ai capitali privati ancora una volta è la Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), compagnia che negli ultimi due anni ha costruito un rapporto di parnership privilegiato con Eni, che si estende dalla ricerca e produzione di idrocarburi alla petrolchimica, fino allo sviluppo di progetti per la cattura e il sequestro della CO2.

La presenza tricolore negli Emirati ora si rafforza con Snam, che entra in un business regolato – praticamente a rischio zero, tra remunerazione a tariffa e dividendi – con un’operazione che a prima vista sembra più consona a un fondo sovrano o a una società di private equity.

Proprio a questo identikit corrispondono in effetti gli altri soci del consorzio che si è aggiudicato il 49% di Adnoc Gas Pipeline Assets, società ad hoc valutata nell’insieme 20,7 miliardi di dollari: capofila, con una quota del 40%, è la statunitense Global Infrastructure Partners (Gip), cui si affiancano – con il 12% ciascuno, al pari di Snam – Brookfield Asset Management, il fondo sovrano di Singapore (Gic), l’Ontario Teachers’ Pension Plan e la sudcoreana NH Investment & Securities.

Ciascuno ha contribuito in modo proporzionale all’acquisto, che per 8 miliardi di dollari è stato finanziato a debito, grazie al prestito concesso da un pool di una ventina di banche internazionali. Snam ha versato «con mezzi propri» 250 milioni.

Il controllo della rete emiratina dei gasdotti resterà saldamente in mano ad Adnoc, che si è riservata una quota del 51% nella nuova società e avrà l’ultima parola su strategie e decisioni di investimento. Agli italiani, secondo fonti del Sole 24 Ore, sarà comunque riservato un posto nel consiglio di amministrazione di Adnoc Gas Pipelines.

Abu Dhabi, confermano due diverse fonti, ci tiene a coinvolgere Snam non solo in veste di partner finanziario ma anche in virtù delle competenze specifiche guadagnate sia nel trasporto di gas fossile – come primo operatore europeo – che nelle sperimentazioni, tra le più avanzate al mondo, relative all’immissione in rete di idrogeno: un tema tenuto d’occhio anche dagli Emirati, che pur continuando a sviluppare i giacimenti di petrolio e gas oggi puntano anche sull’energia solare.

La stessa Snam evidenzia la valenza strategica dell'operazione: un traguardo al quale è arrivata affiancata da Rothschild e Dentons (come advisor finanziario e legale rispettivamente), dopo mesi di trattative condotte «interamente in remoto» durante la pandemia.

«Con questo accordo – ha sottolineato il ceo Alverà – rafforziamo la nostra presenza internazionale entrando in un Paese e in una regione centrali nel settore energetico, consolidando ulteriormente il ruolo dell’Italia nell’area del Golfo. Il nostro obiettivo è promuovere ulteriori opportunità di collaborazione, in particolare nella transizione energetica».

Anche nel breve periodo i vantaggi non mancano. Adnoc, che conserva la proprietà dei gasdotti, pagherà i costi di trasporto in base ai volumi: una remunerazione a tariffa garantita per i prossimi vent’anni, con un tasso probabilmente superiore a quelli  di analoghi business regolati nel mondo occidentale. In Europa in termini di Wacc (remunerazione del capitale investito) i gestori di gasdotti ricevono il 5-6% per i servizi di trasporto.

Adnoc si è inoltre impegnata a redistribuire per intero i flussi di cassa generati dalla nuova Adnoc Gas Pipelines, versando dividendi su base trimestrale.

Gli Emirati arabi incassano d’altra parte 10,1 miliardi di dollari, senza caricare il bilancio dello Stato di ulteriori debiti: liquidità preziosa, in periodo difficile come questo. L’economia del Paese, ancora molto dipendente dal petrolio, quest’anno è avviata a contrarsi del 7,5% secondo S&P Global Ratings.

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