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Per una strada di Napoli ricordando Croce

Oggi, 70 anni fa, moriva proprio a Napoli il filosofo Benedetto Croce

di Natalino Irti

Napoli - Piazza Trinità Maggiore (Agf Creative)

3' di lettura

Ogni città ha le sue strade. Sue, poiché non possono immaginarsi altrove, ma soltanto così come sono: con quell’aprirsi e svolgersi e chiudersi, e con quell’umanità che le percorre e le prende nella vita individuale. Se c’è poeta delle strade, di erte popolose o deserte, cantucci nascosti e schivi, questi è Umberto Saba, che ci ricanta: «Spesso, per ritornare alla mia casa / prendo un’oscura via di città vecchia / Giallo in qualche pozzanghera si specchia / qualche fanale, e affollata è la strada».

Ma talvolta le strade non si celano agli sguardi timidi e pensosi, e pretendono di avere il viaggiatore tutto per sé, quasi stretto in un’animazione di vicende e destini che si incrociano, scontrano, e stanno insieme sullo stesso selciato.

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E non si parla di vie commerciali, dove le cose e il denaro dominano per scambi e negoziati assidui; o sono semplici mercati, e luoghi di primitivi bisogni o desideri voluttuosi. No, appunto, di strade che sanno l’integrale destino dell’uomo.

Così allo Spettatore si configura la via Benedetto Croce, che, nel cuore affannoso di Napoli, si svolge tra Piazza del Gesù e Piazza San Domenico Maggiore (e qui oggi ci volgiamo anche in devota memoria del filosofo, che per sempre la lasciò il 20 novembre 1952). Una strada densa di palazzi e botteghe, di ambiti settecenteschi e oscuri pertugi, di rumori e voci e colori. È difficile raccoglierla, pur breve e stretta, in un’immagine d’insieme, disegnarla in un quadro di costume e d’occasione. Ne tracciò le linee, con prosa insieme erudita e commossa, proprio il Croce, quando il 1912 descrisse, levandosi dal tavolino e affacciandosi al balcone della sua stanza di studio, le «vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio della via di Trinità Maggiore (oggi intitolata al filosofo, ndr) con quelle di San Sebastiano e Santa Chiara».

La via Croce si diparte da Piazza del Gesù, dove l’omonima chiesa custodisce anche la tomba di Gesualdo da Venosa (e la scorse un giorno, sul buio e antico pavimento, un giurista di alto rango, Gianni Iudica, incline a musicare e convertire in spartito anche il nudo grigiore del codice civile); e di là conduce a Palazzo Filomarino Della Rocca, dove ha sede lo Istituto Italiano per gli Studi Storici, sognato e disegnato dal Croce, e recato a concreta attuazione per l’operosa fedeltà del grande banchiere Raffaele Mattioli. E non dispiace qui di rammentare che l’uomo di studi speculativi e l’uomo di ingegnosa finanza provenivano entrambi dall’aspro Abruzzo.

L’Istituto, che celebra in operosa discrezione l’età di settantantacinque anni (fu inaugurato, con prolusione del Croce, il 16 febbraio 1947), è luogo di liberi e liberali studi. Accoglie un’aristocrazia di giovani borsisti; promuove lezioni e seminari e corsi di conferenze: si svolge, in ciascun anno accademico, come trama di incontri e dialoghi. Non eroga diplomi, né ornate certificazioni né attestati di proba diligenza: gli studi sono fine a sé stessi, e giovano alla seria formazione delle menti e dei caratteri.

È, per dir così, un “altrove”, fuori da strutture pubbliche e ordini burocratici, ma con lo sguardo aperto sul mondo dei fatti e sul corso delle idee. Raccogliendo insieme rigore filosofico e slancio del pensiero: il “certo” e il ”vero” del grande Vico.

Tutti i membri di questa comunità - e bibliotecari e commessi, e segretari e redattori, e docenti e allievi, e amministratori e revisori -, lasciate le austere sale del Palazzo, si consegnano alla via rumorosa; ma l’aggettivo si mostra subito inadatto, poiché non si odono rumori rozzi e fastidiosi, e piuttosto si è come presi e abbracciati da un vento di suoni e voci e colori, che si raccolgono nell’unità della via e la segnano nella sua identità. E allora i “viandanti” si avvertono, in verità di esperienza, come “andanti per via”, la quale non è percorso verso una mèta, ma mèta essa stessa, che afferra l’animo, stringe i sensi, e parla di sé, del suo passato e del suo presente.

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