Opinioni

Per superare la pandemia serve un progetto sociale comunitario

di Carlo Carboni

3' di lettura

«There is no such thing as society». Margaret Thatcher l’aveva sostenuto in un’intervista del 1987: la società non esiste, «there are individual men and women and there are families». Quella dichiarazione dette il via al mood individualista circolante, rafforzatosi con l’aumento di densità dell’infosfera, nel cui ambito la società incarnata è apparsa sfiorire e impoverirsi. Gli stessi bestseller di Zygmunt Bauman sbandieravano la società liquida e persino uno dei maggiori sociologi viventi, Alain Touraine, ha gettato la spugna, riconoscendo la fine delle società (2013).

Il Covid-19, con distanziamento e maggior ricorso a Internet, ha reso ancora più virtuali i legami sociali e più impalpabile e astratta la società. La pandemia ha sospinto l’individualismo e costretto l’individuo a un’accentuata integrazione del virtuale nel quotidiano d’emergenza. Relazioni amicali, affetti e quanti interessi comuni e innovazioni si creano nei luoghi di studio, di lavoro, del tempo libero: non è un quotidiano sociale obsoleto che possiamo dimenticare. Il distanziamento fisico non può diventare norma; né lavoro, studio, gioco, amori e relazioni possono essere trasferiti nelle reti tracciate dell’architettura dell’Intelligenza artificiale. Ci rimarrebbe solo il fascino, o il fastidio, dell’incontro raro.

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Con lo scorrere dei mesi, cresce l’angoscia latente per l’amputazione di relazioni in presenza in ogni campo e la nostalgia per quella vita sociale ammaccata dall’iperconsumismo, battuta dalla pubblicità e in preda a corporativismi e campanilismi, in breve, agli egoismi di una società complessa, quasi indecifrabile. Ci manca. Anche se era priva di un progetto di comunità in grado di illuminarci, in questa metamorfosi dell’ordine sociale novecentesco, sul lato positivo dell’individualismo connesso, sull’empowerment tecnologico della persona, che tesse la sua realtà sociale con relazioni virtuali e in presenza. Si parla sempre di individualismo come sinonìmico di egoismo, cinismo e si sottovaluta l’individualismo connesso, la sua propensione alla comunità sociale, alla ricerca di nuove relazioni sociali a partire da quelle virtuali.

Abbiamo tutti paura della discontinuità, confessiamolo. Di perdere anche quel poco che restava della società prima della pandemia. Anche la società italiana si era impoverita e altrettanto la sua cultura sociale, prese dalla dialettica tra mercato e Stato, che relega la società nella residualità e nell’irrilevanza; a tal punto, da suscitare una reazione sociopolitica populista che ha percorso sia la destra che la sinistra. A un secolo, da The Public and Its Problems di John Dewey, la great community resta un traguardo impervio. In trent’anni, la frammentazione individualista a trazione tecnologica ha minato ogni tradizionale realtà sociale comunitaria. Ne è risultato un eccessivo impoverimento formativo e civile del sociale, con una cittadinanza sommersa dall’overload informativo, frustrata da un senso di inadeguatezza all’innovazione. A molti non è apparso conveniente e razionale passare da un mood comunitario pre-Covid, che, ad esempio, si respirava in un ateneo zeppo di studenti, a un clima di distanziamento, più o meno irreggimentato, ambientato in campus semideserti. La politica c’è anche per questo: per indirizzare e, semmai, per differire le tecnologie di comunicazione a vantaggio dell’interesse comunitario. Il differimento va sempre controbilanciato, a esempio nel caso citato, con un piano formativo universitario di e-learning, da sperimentare e istituire quanto prima, come potenziamento tecnologico dell’apprendimento.

L’Italia è in ritardo sul digitale, ma non diamo per scontato che lo rimarrà in futuro: cerchiamo di recuperare e, senza trucchi, di vincere la partita del rilancio e contro il Covid. Questo devono fare le politiche pubbliche con il nuovo governo. Questo sta facendo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha dato un indirizzo green al Next Generation Eu e poi si è spinta a sostenere la creazione di una competitività europea al monopolio delle cinque sorelle statunitensi che dominano il capitalismo digitale.

Queste buone notizie vanno seguite e sostenute da un grande Paese europeo come l’Italia. Le nostre politiche pubbliche hanno il compito complesso di adeguare questi indirizzi alla nostra realtà, che parte svantaggiata da severi cleavage sociali (disuguaglianze economiche, territoriali, di genere, generazionali, sanitarie). Negli ultimi anni hanno subìto un peggioramento a senso unico, con il rischio di diventare punti ciechi nazionali. Rivalutare il sociale e stare dalla sua parte, significa inoltre reagire al suo ritardo informativo, educativo, formativo, con l’obiettivo di elevare le competenze della cittadinanza, curandone l’informazione nel campo sanitario, dei risparmi, degli affari pubblici e delle elezioni.

Se sul versante sociale, l’obiettivo è la creazione di una great community nazionale ed europea, dall’altro lato, abbiamo bisogno di una classe dirigente e non di una sequela di élite senza disegno, senza un progetto sociale comunitario né di crescita. Il governo Draghi ci rasserena perché dal dopoguerra, mai come in questo momento, abbiamo avuto necessità di una classe dirigente preparata, decisa e motivata, in grado di comunicare una svolta organizzativa ed etica, che aiuti tutti a riflettere e a superare l’incertezza sconcertante di questa fase.

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