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Per tornare a crescere non abbandonare il filo rosso della credibilità

Riportare il Paese alla crescita e a uno sviluppo stabile richiederà tempo e grande cautela nella navigazione. Mai come in questo momento, infatti, i segni della congiuntura, internazionale e interna, sono apparsi così problematici e incerti

di Rossella Bocciarelli

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3' di lettura

È la sfida più difficile per il nuovo governo. Perché sarà anche vero che il sentiero della finanza pubblica potrebbe essere meno stretto, ma di certo riportare il Paese alla crescita e a uno sviluppo stabile richiederà tempo e grande cautela nella navigazione. Mai come in questo momento, infatti, i segni della congiuntura, internazionale e interna, sono apparsi così problematici e incerti.

Non a caso il Consensus delle previsioni che prima dell’estate accreditava il nostro paese, dopo un 2019 piatto, di un possibile recupero verso un incremento dello 0,8 per cento del Pil l’anno prossimo, ad agosto vede anche il 2020 assai gracile, con un incremento del Pil stimato intorno al +0,4 per cento. E c'è chi pensa che anche il quadro tendenziale della nuova Nota di aggiornamento al Def che accompagnerà la legge di bilancio vedrà il Pil dell'anno che viene sotto il mezzo punto percentuale.

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Osservano ad esempio al Ref: «L'economia italiana continua a ristagnare, come evidenziato regolarmente dalle statistiche diffuse dall'Istat. La crescita si è di fatto arrestata in Italia dal secondo trimestre del 2018: sono quindi ormai cinque i trimestri di stagnazione dell'attività economica». Di conseguenza, ne deducono gli economisti di Milano, è altamente probabile che il risultato complessivo per l'anno in corso non si discosti da uno zero tondo, perché anche il terzo e il quarto trimestre dell'anno marceranno sul posto.

Ma se l'Italia è il paese europeo che per primo ha accusato una forte debolezza della domanda interna, adesso comincia ad essere visibile anche il rallentamento del commercio internazionale, causato dalle tensioni protezionistiche e dall'incertezza che pervade il mondo.
Il Fmi ha costruito un World trade Uncertainty index per 143 paesi e ha rilevato che l'indice, dopo 20 anni di stabilità, si è impennato bruscamente all'inizio del 2019 in concomitanza con l'escalation delle tensioni commerciali fra Stati Uniti e Cina. E incertezza commerciale vuol dire declino dell'attività produttiva: la valutazione del Fmi è che le incertezze del 2019 si tradurranno in una contrazione di tre quarti di punto nella crescita mondiale.

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In Europa, del resto, i rischi al ribasso sono ben visibili e hanno già un nome: ci si chiede che caratteristiche avrà la Brexit, nella Gran Bretagna estrema di Boris Johnson. E ci si domanda se la Germania entrerà in recessione tecnica, ma anche se saprà finalmente cogliere l'occasione per varare uno stimolo fiscale degno di questo nome.

Il solo, vero atout sul quale il governo Conte-bis può e deve contare è quell'apertura di credito dei mercati che ha fatto scendere lo spread italiano verso i bund tedeschi e ci ha riportato in linea con i paesi nostri vicini: il differenziale tra lo spread italiano e quello della Spagna, che per tutti i quattordici mesi del primo Governo Conte aveva fluttuato intorno a 1,5 punti percentuali, da quando si è trovato l'accordo su un secondo mandato, con l'Italia di nuovo in gioco in Europa, è sceso sotto il punto percentuale.

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È quello della credibilità, insomma, il filo rosso da seguire: l'unico che, nel tempo, per un paese impiombato da un debito pubblico a quota 133 per cento del prodotto, può garantire anche un recupero della fiducia di chi investe e consuma. Ed è anche un buon ricostituente per la crescita: cento punti base in meno dei tassi d’interesse comportano ogni anno uno 0,2 per cento di aumento del Pil.

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