pil al ribasso

Per uscire dalla stagnazione occorre invertire le aspettative

di Dino Pesole


Tagliate le stime del Pil 2019

3' di lettura

Uscita dalla recessione “tecnica”, la nostra economia è alle prese con una fase di preoccupante stagnazione. Non è questione di un decimale di differenza tra la stima preliminare dell’Istat e quella ora aggiornata relativamente al primo trimestre dell’anno (dallo 0,2 allo 0,1%). Il problema è che alcuni segnali di parziale controtendenza, evidenziati ad esempio sul fronte della produzione industriale nei primi due mesi dell’anno, stentano a consolidarsi. L’Istat registra un lieve incremento dei consumi (0,2%) e degli investimenti (0,6%) per la componente delle costruzioni. Timidi accenni di ripresa.

Il ruolo delle aspettative
Il problema è che dal terzo trimestre del 2018 il trend di crescita dell’economia evidenziata fin ad allora dagli indicatori ufficiali (nel 2017 il Pil è cresciuto dell’1,6%) si è bruscamente arrestato. Effetto certamente indotto dalla frenata dell’economia tedesca, dall’andamento del ciclo internazionale per effetto della guerra dei dazi e della Brexit, ma che gran parte degli analisti attribuiscono all’elemento fondamentale delle aspettative, decisive in economia. Aspettative che in questo caso hanno a che fare con la variabile politica. L’incertezza che ha accompagnato la messa a punto della manovra di bilancio tra settembre e dicembre, il duro braccio di ferro con la Commissione europea sul deficit (oltre alle conseguenze sullo spread ormai stabilmente oltre i 100 punti base rispetto al livello del marzo 2018), le ipotesi (poi smentite ed espunte dalle prime bozze del “contratto di governo” di un’uscita dall’euro) sono tutti elementi che hanno a che fare proprio con le aspettative. Imprese e consumatori in fasi di incertezza rinviano piani di investimenti e calibrano il livello dei consumi anche in funzione delle prospettive di breve periodo. Elemento che ha che fare con l’economia e con la politica.

Il rilancio degli investimenti
E da questo duplice punto di vista, è lecito chiedersi se la decisione del governo di affidare (con notevole dispendio di risorse pubbliche) le chance di rilancio dell’economia a due misure (reddito di cittadinanza e quota 100) sia stata giusta e opportuna. Se il problema numero uno del nostro paese è il mix perverso di bassa produttività, domanda interna stagnante e dunque livelli di crescita da “zero virgola”, di certo avrebbe avuto altro effetto (anche in termini di aspettative) concentrare tutte le risorse disponibili in due direzioni: il rilancio in grande stile degli investimenti pubblici, la riduzione del peso fiscale e contributivo che grava sul lavoro. Il problema non è qualche decimale in più di deficit, ma in che direzione convogliare le risorse. Si può fare più deficit se serve a finanziare investimenti infrastrutturali che come mostra l’evidenza e la teoria economica hanno un potenziale effetto moltiplicatore decisamente maggiore rispetto a incrementi indistinti della spesa corrente. Il tutto per dire che la politica e le politiche sono fondamentali nell'indicare all’economia la rotta.

Uno shock fiscale
La scommessa per il governo (anche in questo caso con una variabile politica non da poco alla luce del risultato elettorale) è provare ad attuare una sorta di “schock fiscale” con la flat tax e le sue più aggiornate declinazioni (comprensive peraltro del rituale condono). La leva fiscale è certamente decisiva, a patto che i costi della riforma siano pienamente coperti da contestuali risparmi da individuare sul fronte della spesa corrente. Tentazioni di finanziamento in deficit sono da riporre rapidamente nel cassetto, perché a quel punto il problema non sarebbe Bruxelles ma il responso dei mercati, dal quale non può certo prescindere un paese con un debito al 133% del Pil.

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