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Per il voto determinante il giudizio su Draghi

Dopo il terremoto politico delle dimissioni del governo Draghi, tre domande ricorrono nel dibattito pubblico

di Sergio Fabbrini

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

Dopo il terremoto politico delle dimissioni del governo Draghi, tre domande ricorrono nel dibattito pubblico: perché il governo è stato sfiduciato senza sfiducia; quali sono le ragioni della sfiducia al governo; come uscire dalla crisi del governo. Per quanto riguarda le risposte, io la vedo così.

Prima domanda: perché sfiducia senza sfiducia? Il governo Draghi non è il primo governo di unità nazionale nelle democrazie parlamentari. In queste ultime, i governi di unità nazionale si formano quando occorre affrontare un'emergenza nazionale e rimangono in carica fino a quando quell'emergenza non è stata domata, a condizione che si dimostrino capaci di affrontarla. Il governo di unità nazionale di Winston Churchill, istituto nel maggio del 1940, è stato sciolto nel maggio del 1945 quando la guerra si stava concludendo, non prima. La coesione politica del governo è stata la condizione del successo militare del Paese.

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Nel caso del governo Draghi, le emergenze da affrontare si sono moltiplicate dal febbraio scorso, la sua efficienza nell'affrontarle è stata riconosciuta universalmente, il consenso pubblico di cui ha beneficiato è stato rimarchevole. Inoltre, la reputazione del premier Draghi ci ha portati al centro della politica europea e transatlantica. Quindi, perché sfiduciarlo? Infatti, chi l'ha sfiduciato (Cinque Stelle, Lega e Forza Italia) non ha potuto dirlo apertamente, nascondendosi dietro la procedura parlamentare della non-partecipazione al voto. Come se non bastasse, i loro leader hanno poi addossato allo stesso Draghi la causa della loro scelta. Non proprio un esempio di responsabilità politica.

Seconda domanda: perché il governo è stato sfiduciato? Dietro la scelta degli sfiducianti che non sfiduciano c'erano sicuramente convenienze elettorali. I 5S di Giuseppe Conte hanno pensato di recuperare attrattività ritornando all'opposizione. La Lega di Matteo Salvini ha pensato di contrastare la competitività di Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni staccandosi dal governo. Forza Italia di Silvio Berlusconi ha pensato che mettersi al rimorchio dei suoi alleati l'avrebbe avvantaggiata. Tutto vero, ma non basta. In realtà, le scelte di quei partiti hanno portato in superficie un malessere, diffuso al loro interno, generato dall'azione del governo Draghi, sia per la sua politica interna (la “modernizzazione inclusiva”) che per la sua politica estera (l'“euro-atlantismo attivo”). Il Pnrr ci mette a disposizione risorse ingenti, ma per usarle occorre riformare il Paese, intaccando quegli interessi che ne hanno finora impedito la crescita, mentre avevano invece favorito l'indebitamento. Così, la riforma della giustizia ha creato malessere tra i magistrati, la riforma dell'amministrazione pubblica tra i funzionari che non funzionano, la riforma del catasto tra i beneficiari della rendita immobiliare, la riforma della competizione tra chi vive di vantaggi posizionali. Gli sfiducianti che non sfiduciano hanno continuato a proporre scostamenti di bilancio per preservare provvedimenti iniqui oppure per promuoverne di nuovi. Richieste che ci avrebbero esposto di nuovo alla speculazione dei mercati. È vero che la Banca centrale europea ha appena istituito uno scudo anti-spread (Transmission protection instrument) ma è anche vero che, per beneficiarne, è indispensabile non essere sottoposti ad una procedura per deficit o debito eccessivi, oltre che implementare con rigore il proprio Pnrr. È dubbio che la riforma delle concessioni balneari e del trasporto privato urbano dovessero rientrare nel Pnrr (si potevano lasciare alla discrezionalità democratica delle maggioranze statali, regionali o comunali), ma è indubbio che il governo Draghi abbia spinto verso il superamento dei sistemi protetti, pur senza trascurare le necessità dei gruppi sociali più deboli. Forse è qui che vanno trovate le ragioni della sfiducia.

Terza domanda: quale sarà l'uscita dalla crisi? Se si ritiene che il governo Draghi non sia stato una parentesi, allora la divisione politica principale (nelle elezioni ed oltre) sarà tra chi ne ha sostenuto il programma (di politica interna ed estera) e chi lo ha sfiduciato, una divisione destinata a ristrutturare il sistema politico italiano. Se si ritiene invece che il governo Draghi sia stato una parentesi, allora si ritornerà alla logica bipolare precedente, logica che oggi avvantaggia la destra sovranista e anti-integrazionista di Fratelli d'Italia e Lega. Una destra legittima, sia chiaro, ma poco compatibile con le esigenze del mercato sovranazionale e dell'ordine liberale europeo. Nel Parlamento europeo, Giorgia Meloni presiede il gruppo dei “Riformisti e conservatori”, la cui componente più importante è costituita dall'attuale partito di governo polacco (PiS), sottoposto a diverse procedure per infrazione dei principi dello stato di diritto (anche se radicalmente antiputiniano). Matteo Salvini è un esponente del gruppo di “Identità e democrazia”, insieme a Marine Le Pen di Rassemblement National e Alice Weidel di Alternative für Deutschland, partiti nazionalisti (alleati con Russia Unita di Putin), oltre che protezionisti. In base al giudizio sull'importanza del governo Draghi, le conseguenze saranno diverse.

Insomma, le elezioni del 25 settembre dovranno decidere se ritornare al “prima di Draghi” o andare avanti verso il “dopo Draghi”. Invece di discutere sul passato dei protagonisti, occorrerebbe discutere sul loro presente. La posta in gioco delle elezioni è alta, per i loro effetti interni e internazionali. Comunque la si pensi, sarebbe bene esserne consapevoli.

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