tanti i fronti del quarto mandato

Perché Angela Merkel è sparita dalla scena Ue (ora in mano a Macron)

di Isabella Bufacchi


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Angela Merkel durante la conferenza stampa dopo l’incontro di giovedì con Vladimir Putin

4' di lettura

«Siete degli idioti». L'insulto di Alice Weidel, co-leader del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, è rivolto ad Angela Merkel e ai suoi ministri, nell'avvio in questi giorni del dibattito in Parlamento sulla politica di bilancio dei prossimi quattro anni e il “Def” tedesco. «I tedeschi siedono sopra una montagna di debito», urla Weidel mentre attacca con volgarità e disprezzo la politica sull'immigrazione del terzo governo di Grande Coalizione CDU-CSU e SPD, frenata da diversi richiami all'ordine dal presidente del Bundestag Wolfgang Schäuble.

Angela Merkel prende subito dopo la parola ed è sorridente e conciliante, non reagisce pur bersagliata dagli insulti: è sempre ed esattamente lei, la stessa di quando nel 2005 diventò cancelliera, un ruolo che mantiene adesso al suo quarto e probabilmente ultimo mandato. Merkel ignora le provocazioni di Weidel, non fa neanche un cenno di replica e va subito al sodo: «i numeri dell'economia del nostro Paese sono buoni, impressionanti, dimostrano uno stato di salute eccezionale, il tasso di occupazione è il più alto dalla riunificazione e non abbiamo accumulato nuovo debito anzi scenderemo sotto il 60% di debito/Pil l'anno prossimo partendo da sopra l'80% nel 2012. E questo lo chiamo un successo in chiave generazionale».

Questa è Angela Merkel, non cambia. Solida, concreta, pragmatica nel suo cammino verso il traguardo “passo dopo passo”. La politica urlata e degli slogan, la retorica del politico visionario capace di sollevare le masse, non fa per lei, anzi, non le appartiene.

Il suo stile pacato e ragionato, di chi studia a tavolino dietro le quinte e lascia ad altri i proclami da palcoscenico, regge con qualche difficoltà il confronto mediatico con Donald Trump ed Emmanuel Macron: la sua immagine appare ora sbiadita, la sua forza meno teutonica, il suo andare più impacciato, il suo passo stanco. Ma come accade per tutti i grandi leader politici moderati dei nostri tempi, anche per Angela Merkel i tempi sono difficili, in casa con l'ascesa del populismo, della disuguaglianza e persino dell'antisemitismo, e sullo scacchiere della geopolitica per i focolai di instabilità sempre più preoccupanti e sempre più numerosi: essere alla guida in un Paese con una crescita vigorosa, 15 trimestri consecutivi al rialzo e il miglior ciclo economico dal 1991 non la aiuta più di tanto.

Angela Merkel il prossimo mercoledì sarà in Cina, primo partner commerciale per l'interscambio import-export della Germania, a parlare di commercio. È appena scesa dall'aereo che l'aveva portata in Russia, per discutere con Vladimir Putin di tanti temi (Iran, Siria, Ucraina, Gaza) ma soprattutto del gasdotto Nord Stream 2: i rapporti tra Germania e Russia non possono prescindere dal punto focale, che è l'energia. E questi ultimi appuntamenti internazionali della Merkel sono stati programmati dopo la missione recente negli Usa, dove la cancelliera ha provato a dialogare con l'amministrazione Trump su dazi, Nato (la spesa militare che in Germania orbita attorno all'1,2% del Pil e dovrebbe salire all'1,4% ma Trump la vorrebbe al 2%), Israele. L'impostazione della cancelleria viene ogni volta ribadita, perché «solo con il dialogo si risolvono in problemi».

Il primo viaggio internazionale della Merkel, come tradizione vuole dopo la formazione del Governo GroKo, è stato però quello in Francia per incontrare Macron e discutere anche e soprattutto delle riforme per una maggiore integrazione dell'Unione europea e dell'Eurozona, la difesa e la sicurezza, il Piano Marshall per l'Africa, e non da ultimo di Brexit.

La Germania ha sofferto l'ascesa del presidente francese sulla scena europea, mentre i partiti tedeschi hanno impiegato più di sei mesi per formare un governo: non piace a Berlino sedersi sul posto del secondo co-pilota. La Merkel è e resta fondamentalmente europeista, non si stanca di ripetere in Parlamento e nei suoi discorsi pubblici ai tedeschi che la Germania è il Paese che ha guadagnato di più dalla Ue e dall'Eurozona e che solo insieme ai partners europei la Germania può avere una voce nel mondo.

Ma il peggior risultato elettorale dal dopoguerra di Cdu-Csu, incassato lo scorso settembre, è stato perso a favore di AfD e di una deriva populista che vira a destra. Convincere i tedeschi, l'opinione pubblica, che proprio ora in Europa serve prima di tutto una maggiore condivisione dei rischi, è politicamente una missione che sembra impossibile anche per Angela Merkel. Condivisione significa in Germania «accollarsi i rischi (e i debiti) degli altri» e i tempi non sono maturi: oltre ai NPLs delle banche italiane che stanno frenando lo scatto necessario a portare a termine l'Unione bancaria, è la gestione del debito/Pil dell'Italia la vera montagna insormontabile per Angela Merkel, altrimenti nota amante degli alti pendii.

E per finire, quando la cancelliera torna a casa dai suoi fitti appuntamenti dell'agenda di politica estera, le cui redini sono sempre state nelle sue mani, ad attenderla ci sono le grandi sfide domestiche: Dieselgate, digitalizzazione, algoritmi e Intelligenza Artificiale (che avrà un gabinetto ad hoc per istruire i membri del governo), immigrazione-integrazione-rifugiati-asilo politico, sistema pensionistico alle prese con l'invecchiamento dei baby-boomers, difesa, l'edilizia popolare, la riforma di scuola e formazione, i continui aggiustamenti del mercato del lavoro, infrastrutture e più spesa pubblica per sostenere la crescita e la domanda interna.

Quel che raccomanda alla Germania l'FMI, secondo Merkel, è stato fatto e continuerà ad essere fatto: anche se quei 46 miliardi di budget di spesa pubblica già programmata nei prossimi quattro anni (e potrebbero essere 60 miliardi o più) sembrano non bastare.

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