Libere professioni

Perché l'avvocato non si può (ancora ) definire «specializzato in...»

A un anno dal varo delle specializzazioni solo 141 domande su un campione di 104mila iscritti. Regolamento rallentato anche dai ricorsi

di Antonello Cherchi , Ivan Cimmarusti e Valeria Uva

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3' di lettura

Ancora una falsa partenza per le specializzazioni degli avvocati. A oltre un anno di distanza dall’entrata in vigore, anche il nuovo regolamento per il riconoscimento del titolo di specialista in 13 settori, a loro volta suddivisi in una molteplicità di indirizzi, di fatto, è rimasto inattuato e a oggi nessun avvocato può fregiarsi dell'appellativo di «Specialista» senza rischiare persino un procedimento disciplinare.

La vicenda si trascina da oltre sette anni. Tanti infatti ne sono passati dall’arrivo del primo decreto (il Dm 144 del 2015, attuativo della riforma forense) che istituiva un elenco di specializzazioni. Un provvedimento che ratificava una realtà ormai ineludibile: la classica distinzione tra penalista, civilista e amministrativista non basta più a rappresentare tutte le competenze e professionalità dell’avvocatura. Anche perché sono ormai realtà consolidate, soprattutto nelle grandi città italiane, le law firm con i propri dipartimenti ipersettoriali. Ma il decreto del 2015 è rimasto vittima di un fuoco incrociato di ricorsi che hanno portato alla sua riscrittura, conclusa nel 2020 con il Dm 163.

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Le regole

Quattro ora le strade per ottenere il titolo di specialista:

1) L’esperienza accumulata sul campo, che deve essere vagliata da una commissione composta da rappresentanti del Consiglio nazionale forense e ministeri della Giustizia e Università;

2) Il diploma di una scuola di specializzazione ottenuto nei 5 anni precedenti il decreto, accompagnato da una prova scritta e orale;

3) Il diploma rilasciato sempre da una scuola di specializzazione, strutturata secondo linee guida ad hoc;

4) il conseguimento di un dottorato di ricerca.

La situazione

Nessuno di questi percorsi è realmente attivo. In questi mesi qualche domanda dagli avvocati è arrivata. Al Consiglio nazionale forense, ad esempio, giacciono 282 richieste di riconoscimento di vecchi percorsi formativi a fronte però di migliaia di diplomi rilasciati solo nel quinquennio 2020-2016. «Le commissioni sono pronte ad esaminarle - annuncia la consigliera Giovanna Ollà - ma la pandemia ci ha impedito di fissare la prova scritta che ora, ritengo, si possa tenere prima dell’estate».

Non va meglio anche per il riconoscimento della comprovata esperienza pregressa. Pochissime le domande arrivate ai principali Ordini territoriali, se rapportate agli iscritti. A Roma, il più affollato, solo 56. Sette a Milano a cui si aggiungono 32 per la formazione pregressa. «Ma sappiamo che in centinaia sono pronti - annuncia il presidente, Vinicio Nardo -. Finora abbiamo rallentato in attesa di istruzioni del Cnf, giunte da poco. Ora però manderemo la comunicazione invitando tutti a presentare le domande». Per Nardo «i nostri iscritti hanno l'esigenza di comunicare al meglio il proprio ambito di competenza.Serve un percorso formalizzato per farlo».

Più tiepido Antonino Galletti, presidente dell’Ordine di Roma: «L'esigenza di specializzarsi è sentita soprattutto nelle grandi città. In provincia l'avvocato continua a lavorare come generalista».

Manca la commissione

Il disinteresse è ancora più marcato al Sud: zero istanze a Potenza, una sola a Cagliari e Napoli (mentre Campobasso e Catanzaro non hanno fornito i propri dati). A frenare contribuisce di certo il contenzioso. Anche il regolamento del 2020 è stato impugnato da Ordini importanti quali Roma, Napoli e Palermo tra i principali. Il ricorso è stato respinto dal Tar Lazio solo pochi giorni fa. Dai promotori ancora nessuna decisione sull’appello; in ogni caso, per il presidente dell’Ordine di Napoli, Antonio Tafuri, «lo squilibrio tra i ruoli di Ordini, Università e associazioni specialistiche, con queste ultime due che possono creare proprie scuole senza l’Ordine, resta». «Serve un polo formativo unico, dal tirocinio alla specializzazione», puntualizza Luigi Cocchi, presidente dell’Ordine di Genova.

Tutte le domande arrivate finora (141 su un campione di 16 Ordini e 104mila iscritti) sono comunque bloccate: manca la commissione per esaminarle. «Noi abbiamo completato le nostre nomine - precisa Ollà - e siamo in attesa di conoscere le scelte di Giustizia e Università».

Le scuole

Manca anche la commissione presso il ministero della Giustizia che deve elaborare le linee guida per la definizione dei programmi dei futuri corsi di specializzazione. Questo ha provocato lo stallo di alcuni corsi, mentre altri sono comunque partiti. È il caso di quello di Agi (Avvocati giuslavoristi). «Abbiamo fatto presente a chi si è iscritto all’ultimo biennio di formazione iniziato nel 2020 - spiega Tatiana Biagioni, presidente dell’Agi - i problemi del momento. Ovvero, che ancora mancano le linee guida per allineare i corsi a quanto chiesto dal decreto 163. L’esigenza di specializzazione è, però, forte e si sono iscritti in 235 presso le 15 sedi della nostra scuola. Ora stiamo lavorando per trovare una soluzione per quanti si specializzeranno in questo biennio».

Una strada potrebbe essere quella di applicare anche a loro i criteri messi a punto per chi si è specializzato prima del 2020, ovvero sostenere alla fine del corso un esame scritto e orale presso il Cnf.

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