la sconfitta di may sull’unione doganale

Perché Brexit non è più irreversibile

di Leonardo Maisano

(HANNAH MCKAY)

3' di lettura

«Ci sono momenti nella vita di un esponente politico in cui la fedeltà al partito deve cedere il passo al bene della Nazione». Chris Patten, l’ultimo governatore di Hong Kong, già giovane leone – qualche decennio fa - dei governi Thatcher, e oggi eurofilo Pari del Regno per il Tory party, ha sfoderato il galateo dello statista per piantare un paletto, potenzialmente mortale, nel cammino della Brexit.

Le parole echeggiate alla House of Lords hanno fatto da prologo a un emendamento alla legge in discussione sull’uscita di Londra dall’Unione che suona la carica dei remainer, d’improvviso tornati con decisione all’azione politica. L’emendamento Kerr-Patten approvato dalla Camera alta con 123 voti di scarto spinge Londra a restare nell’Unione doganale con l’Unione europea, una delle linee rosse considerate invalicabili dai brexiter e, in parte almeno, adottate dalla signora premier Theresa May. Ora la norma dovrà tornare alla Camera dei comuni e se dovesse passare anche lì, Londra si troverebbe agganciata (nonostante il governo dia una lettura meno vincolante dell’emendamento) alla Customs Union dell’Ue.

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Le conseguenze potrebbero essere mortali per il governo di Theresa May e per la Brexit nel suo complesso. Il motivo è semplice: la partecipazione all’Unione doganale impedisce alla Gran Bretagna di stringere accordi commerciali autonomi, mandando in cenere i progetti dei ministri brexiter, cominciando da Liam Fox responsabile del commercio estero che si ritroverebbe alla testa di un dicastero senza più competenze reali. Il sì alla Customs union risolverebbe – in larga parte – il problema nord irlandese, consentendo il libero scambio da dazi delle merci nell’isola e fra Belfast e Londra. Un punto essenziale, forse il più acuto nel contenzioso anglo-europeo, perché l’'addio britannico alla Ue, al mercato interno e all’unione doganale renderebbe sostanzialmente inevitabile alzare una barriera fisica fra Belfast e Dublino. Le due sponde dell’Irlanda, quella repubblicana e quella unionista, hanno trovato un accordo di pace radicato nella condivisione territoriale garantita dall’abbattimento del confine. Una frontiera riaccenderebbe passioni pericolose.

Ne consegue che, secondo gli esegeti del May-pensiero, la signora premier, al di là dei proclami, sarebbe tutto sommato contenta di cedere all’Unione doganale, liberandosi dal dedalo dell’Ulster. È possibile, ma il rischio per il suo governo è enorme. E non solo perché in caso di approvazione ai Comuni della Customs union i brexiter potrebbero chiedere le dimissioni della loro leader. Il passaggio parlamentare in corso spiana, infatti, la strada a un’offensiva a tutto campo dei remainer, lungo una strategia capace di terremotare l’intero processo di divorzio anglo-europeo. Il sì all’Unione doganale rilancia, infatti, la partecipazione al mercato interno. Che senso logico, politico e soprattutto economico avrebbe aderire all’Unione doganale - vincolandosi, come abbiamo visto, alla condivisione di confini tariffari comuni - tagliandosi fuori dal single market, ovvero dal mercato dove finisce la metà dell’interscambio euro-britannico? Molto poco e, per questo, una volta raggiunto il target della Customs union, gli eurofili di Westminster punterebbero al mercato interno. E se anche questo fosse raggiunto – siamo nel campo delle ipotesi estreme – un secondo referendum per stabilire la convenienza di una brexit restando membri di unione doganale e mercato interno tornerebbe con prepotenza sul tavolo.

Perché tutto ciò possa mettersi in moto alla “carica” dei Lord dovrà ora rispondere l’affondo dei Comuni, dove Theresa May si regge su una sparuta maggioranza, grazie ai voti degli unionisti nordirlandesi. Nelle prossime settimane la camera bassa valuterà l’emendamento Kerr - Patten e altri analoghi preparati dai ribelli tories, Anne Soubry, Kenneth Clarke e Nicky Morgan. I laburisti sembrano pronti a votare a favore, mentre fra i conservatori è cominciata la conta dei potenziali “golpisti”.

Le chance per passare da una hard brexit a una brexit tanto soft da spingere a un ripensamento globale sono, oggi, più forti che mai. A deciderlo sarà la coscienza di quei deputati invitati da Chris Patten a un gesto di generosità tanto estrema quanto rara, anteponendo il bene della Nazione all’unità del partito conservatore che, sull’Europa, è in guerra con sé stesso da molto prima dell’adesione britannica all’allora Cee.

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