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Perché il caso Palamara può diventare l’occasione per riformare la magistratura

Il progetto di legge promosso dall’Unione Camere Penali Italiane costituisce l’occasione migliore per far sviluppare nella sede più opportuna il dibattito sulla separazione delle carriere giudicante e requirente

di Salvatore Scuto

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Il progetto di legge promosso dall’Unione Camere Penali Italiane costituisce l’occasione migliore per far sviluppare nella sede più opportuna il dibattito sulla separazione delle carriere giudicante e requirente


4' di lettura

«Un quadro sconcertante e inaccettabile». Così, il 21 giugno 2019 davanti al Plenum del Csm, il presidente Mattarella descriveva il contesto appena emerso dal contenuto delle conversazioni intercettate sul cellulare del dott. Palamara, già membro togato del Csm e presidente dell’Anm.
L’eco di quelle parole deve essere risuonato a lungo, ma è lecito domandarsi con quali effetti, tra le stanze di Palazzo dei Marescialli e nella coscienza di ciascun magistrato.

A un anno di distanza la diffusione del contenuto delle chat presenti nel cellulare di Palamara, rivelando come il sistema di pre-selezione dei magistrati fuori dalle sedi competenti e sulla base di vincoli di corrente e strettamente personalistici sia endemico e capillare, ha aggravato quel quadro sconcertante ed ha ridotto in frantumi il tentativo della magistratura di far passare come isolato ed eccezionale quel malcostume.

Sino ad oggi, se si escludono le dichiarazioni di circostanza del suo vice presidente, il Csm non ha affrontato la nuova emergenza che sta squassando dall’interno l’intero assetto della magistratura.
Nel Plenum del 27 maggio, però con una singolare e significativa coincidenza, il Csm si è occupato della nomina dei vice segretari.
È bene ricordare che dal 1990 una legge dello Stato prevede che, fatta eccezione per il segretario ed il vice segretario generale, i magistrati addetti alla segreteria ed all’ufficio studi siano sostituiti da funzionari reclutati per concorso.

Ma tale legge nel 2012 è stata dichiarata dallo stesso Csm implicitamente abrogata così consentendosi la perpetuazione del reclutamento anche per quei ruoli con il solito criterio di spartizione costituito dall’appartenenza alle correnti. Un esempio evidente di come sia davvero difficile far rientrare nell’alveo costituzionale l’esercizio dei poteri e delle funzioni di governo della magistratura, intese come gestione amministrativa autonoma.

Per affrontare questa ennesima emergenza il Governo ha ancora una volta annunciato la propria volontà di intervenire sul Csm con il dichiarato obiettivo di sconfiggere il correntismo ed il sistema clientelare che ne consegue.

È un film già visto, e forse anche un po’ noioso, il cui finale è noto: si cambia il meccanismo elettorale di selezione dei membri togati e l’Anm con le sue correnti, con l’abilità del camaleonte, si adattano al nuovo schema ma non cambiano il gioco.

Queste le linee su cui si profila il nuovo intervento legislativo.
Introduzione di oggettivi criteri meritocratici per la progressione in carriera, un meccanismo uninominale maggioritario su base di collegi di piccole dimensioni (ma la corrente di Davigo vorrebbe un sistema proporzionale), blocco della possibilità di progredire in carriera e di assumere funzioni fuori ruolo per i consiglieri uscenti per quattro anni, superamento del sistema delle porte girevoli tra magistratura e politica, divieto per il magistrato che abbia svolto funzioni extragiudiziarie di rivestire ruoli e funzioni dirigenziali.

Su ognuno di questi punti molte sono le osservazioni da fare ma è bene attendere di analizzare il testo del disegno di legge per procedere in maniera ordinata. Alcune considerazioni di fondo sono però possibili.
Dopo che il velo di ipocrisia che copriva l’operato delle correnti si è squarciato, sono emerse con evidenza le patologiche modalità con le quali la magistratura associata ed istituzionale ha inteso far vivere il principio di autonomia ed indipendenza.
Quel quadro sconcertante e inaccettabile, infatti, sembra proprio raffigurare una organizzazione separata e titolare di interessi propri.
Caratterizzata da una sorta di separatezza mista a corporazione che è la cifra caratterizzante di come, appunto, negli anni l’idea di autonomia ed indipendenza si sia sedimentata.

Ne è seguito che chi era destinatario della protezione di questo irrinunciabile principio costituzionale ne ha fatto, al contrario, un formidabile strumento di difesa dei propri interessi assai distanti dalla volontà oggettiva dell’ordinamento e dal disegno costituzionale.
Anche attraverso il fenomeno dei fuori ruolo la magistratura ha poi sviluppato una vera e propria attitudine alla intermediazione politica, caratteristica propria del circuito costituito dall’opinione pubblica, dai partiti e dalle istituzioni di governo e legislative cui la magistratura dovrebbe essere estranea.

Il che, e lo si afferma con preoccupazione, contraddice le ragioni che presidiano e garantiscono nel disegno costituzionale la piena indipendenza della magistratura, riconosciuta proprio al fine della migliore tutela dei diritti dei cittadini nei confronti degli altri poteri.
C’è poi un’altra considerazione che sembra meritare un maggiore approfondimento nel dibattito in corso.
La vicenda Palamara ha coinvolto prevalentemente l’ambito specifico dell’attività di nomina agli incarichi direttivi della funzione requirente.
Ciò postula in prima battuta una seria riflessione sullo statuto del pubblico ministero.

L’esercizio delle sue funzioni – è sotto gli occhi di tutti – esprime un tasso di politicità molto elevato, direttamente proporzionato alla notevole capacità di incidere sulla sorte delle istituzioni politiche sia al livello esecutivo nazionale che locale.
Tali caratteristiche, già di per sé assai eccezionali nel contesto di un sistema costituzionale liberal-democratico, sono aggravate dalla contiguità di status tra il pubblico ministero e la magistratura giudicante.
La sostanziale assenza di canali di collegamento con l’esterno frutto della sterilizzazione che la prassi ha prodotto su quei sistemi di balance che il Csm avrebbe dovuto assicurare (si consideri il ruolo di mere comparse che negli anni hanno rivestito i membri laici pur reclutati tra personalità di rilievo) ha poi aggravato gli effetti di tale contiguità.

Sullo sfondo la problematica più ampia di un più adeguato raccordo tra l’ordine giudiziario e gli altri poteri dello Stato.
Ed allora, sebbene si tratti di una questione assai delicata che merita di essere messa al riparo il più possibile dalle contingenze politiche, sorprende che l’affaire Palamara non abbia stimolato una riflessione su tali temi.

All’esame della Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati vi è il progetto di legge di iniziativa popolare C-14, promosso dall’Unione Camere Penali Italiane, recante “Norme per l’attuazione della separazione delle carriere giudicante e requirente della magistratura”, che per i suoi contenuti costituisce l’occasione migliore per far sviluppare nella sede più opportuna quel dibattito.
E non si continui ad affermare che ogni tentativo di riportare in equilibrio il sistema costituisce un attentato alla indipendenza ed all’autonomia della magistratura, dal momento che chi ha così abusato della sua autonomia di per sé ha rischiato di perderla e, forse, l’ha già persa.

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