Digitale & società / 1

Perché continuiamo a «essere schiavi» delle Big Tech

di Barbara Carfagna

(metamorworks - stock.adobe.com)

3' di lettura

Nel passato ci sono stati schiavi volontari, ne ho incontrato qualcuno anche in Niger all’inizio del millennio. Mi sono chiesta perché lo facessero. Non erano consapevoli e non avrebbero saputo come gestire la ritrovata libertà. Noi che, come dice il filosofo Luciano Floridi, viviamo Onlife, dentro e fuori dalla Rete, oggi siamo un po’ come loro: aprendo Facebook, usando Twitter, postando un like su Instagram, lavoriamo di fatto per queste aziende. Dovremmo pretendere una contropartita del valore, non accontentandoci dei servizi gratuiti o, peggio, a pagamento (ci guadagnano due volte). Produciamo per loro la materia che serve a creare valore: siamo “contributori invisibili”. Invece di pensare solo alla privacy, quindi a tutelarci come utenti, dovremmo poter decidere quando condividere i nostri dati, per quanto tempo, a quale scopo e a quali condizioni.

Navigando sempre più tra siti e app che usano i dati per generare informazioni e trarne un profitto, diamo il nostro potere, i nostri dati, ai moderni lord: le Big Tech. Non capiamo che lo facciamo né perché. Vanno stabilite dunque nuove regole del gioco.

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«Quando i nostri politici parlano di “digitale” in termini di bonus computer, decoder tv, bonus per l’allaccio alla banda larga o all’installazione delle colonnine elettriche, mi torna in mente la frase – vera o presunta – di Maria Antonietta durante la Rivoluzione francese “se non hanno più pane, che mangino brioche”» afferma Isabelle De Michelis, Ceo di ErnieApp, un vero e proprio Privacy Knowledge Manager, dopo un passato da manager in Qualcomm, Cisco, Telecom, Finmeccanica. «Bisogna rifondare le basi del funzionamento del modello economico digitale introducendo uno schema di remunerazione per gli utenti che risponda alle esigenze di mercato di finanziare infrastrutture (banda larga e cloud) fuori dallo schema degli aiuti di Stato e degli incentivi e a favore di una crescita orizzontale cross settoriale» prosegue.

Sistemi che vanno in questa direzione stanno nascendo in tutto il mondo. «Brave», ad esempio, un sistema fondato da Brendan Eich, creatore di JavaScript, promette di ricompensare gli utenti che accettano di ricevere la pubblicità in gettoni, nominati, non a caso, «Basic Attention Token».

Nella cosiddetta “economia dell’attenzione” chi cattura il favore degli utenti diventa dominante e lì resta. L’economia digitale è capitalismo puro e il capitano d’impresa più spregiudicato e feroce vince su tutti. Come Google che, oltre a un capitale finanziario sterminato, può contare su un capitale umano senza precedenti in termini di utilizzatori che “lavorano” sempre più ore, interagendo con le macchine e generando dati riutilizzabili all’infinito. Lavoro volontario per chi ha i mezzi per trattare i dati ed estrarne valore.

Il dominio non è quindi un dominio della forza e la legge sulla concorrenza poco ci può fare. Così come le norme sulla privacy, che regolano solo l’aspetto della protezione dei dati e il diritto dell’utente a sottrarsi al tracciamento e alla profilazione a fini commerciali.

Mancano valorizzazione e monetizzazione del contributo attivo che l’utente ha ingenerato navigando e consumando servizi online: una partecipazione ai guadagni del fornitore digitale secondo una base consolidata e trasparente di “corrispettivo per il diritto di uso” dei dati. Si tratta, insomma, di adottare un modello di remunerazione compartecipativo quasi a base contrattuale in cui agli utenti (noi) vengano riconosciuti diritti digitali certi la cui violazione verrebbe dunque sanzionata in modo severo al pari di qualunque altro inadempimento.

Diritti che, in aree economiche omogenee come la Ue, non potrebbero essere scavalcati dalle grandi piattaforme (i gatekeepers) e nemmeno dagli attori più piccoli, poiché le regole si applicherebbero a tutti.

Un modello compatibile con il GDPR, visto che il dato non è alienabile in sé e nulla vieta che venga concesso in uso e condizionato nel tempo e nello spazio. Il capitalismo che indaga sempre più nel nostro privato pur di carpire le nostre debolezze poggia sulla nostra avarizia e sull’indolenza generale. Per ottenere servizi facili, gratuiti o a pagamento, non badiamo al nostro tempo né ai recinti digitali che limitano la nostra libertà. Proprio come gli schiavi del passato.

Professoressa di Teoria e comunicazione dei nuovi media
Università La Sapienza, Roma

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