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Perché conviene l’avvicinamento tra Europa e Cina

di Valerio Castronovo

(REUTERS)

3' di lettura

Sebbene fosse già evidente in passato, sommando insieme le risorse e le potenzialità della Cina e dell’India, che la loro crescita di stazza avrebbe prodotto effetti sismici nella geoeconomia e negli equilibri mondiali, il vertice della Ue aveva seguitato, sino alla Grande Crisi esplosa nel 2008, a ritenere di poter contare, anche nell’era della globalizzazione, sulle sue rendite di posizione o che bastasse comunque agire di rimessa per affrontare senza grandi sforzi la competizione con i due giganti asiatici.

Dopo che Donald Trump ha fatto capire a chiare lettere, negli ultimi mesi, che considerava in pratica l’Unione europea non più un partner ma un avversario da indebolire sul piano economico, le contromisure di Bruxelles hanno indotto il presidente americano, nel suo incontro, dello scorso 25 luglio, con Jean-Claude Juncker a sospendere per il momento i dazi sull’alluminio e l’acciaio in cambio di maggiori esportazioni Usa di soia e gas naturale. Ma non è detto che la guerra commerciale fra le due sponde dell’Atlantico sia stata così definitivamente scongiurata.

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Perciò la Ue ritiene opportuno stabilire frattanto nuove alleanze. Di qui la crescente attenzione per uno sviluppo, in primo luogo, dei rapporti con Pechino, malgrado si protraggano da tempo infruttuosamente i negoziati di Bruxelles con la Cina per un trattato bilaterale basato su adeguate condizioni di reciprocità e trasparenza che consenta di riconoscere al Dragone lo status di “economia di mercato” a pieno titolo, senza più pratiche distorsive di dumping e barriere discriminatorie alle esportazioni dei Paesi europei.

È vero che non sono mancati ultimamente dall’entourage di Xi Jinping alcuni segnali di una possibile apertura del mercato cinese nei riguardi dei prodotti e degli investimenti stranieri. Tuttavia si sospetta che questa inaspettata disponibilità di Pechino a rivedere certe sue arcigne chiusure stataliste e protezionistiche sia solo una manovra tattica, una sorta di cavallo di Troia, per penetrare nella “fortezza Europa” puntando in particolare a far breccia in alcuni Paesi fra i Balcani e il Sud-Est.

Quanto all’India, sebbene l’avvento al potere nel 2014 del leader nazionalista Narendra Modi abbia suscitato inizialmente il timore che il suo governo assumesse un comportamento più o meno analogo a quello di Pechino, si è registrata invece lungo la strada un’evoluzione dei rapporti fra New Delhi e la Ue caratterizzata da tangibili risultati positivi per entrambe le parti. E ulteriori sviluppi con lo stesso segno si profilano adesso sia in virtù degli investimenti di alcuni gruppi indiani, talora in combinazione con quelli del Vecchio continente, non solo nel settore siderurgico, ma pure in altri comparti (incluso quello finanziario), sia per via delle esportazioni in India di numerose aziende europee. E, in particolare, di quelle italiane, dato che sono cresciute nel 2017 di oltre il 9% e, stando alle previsioni, dovrebbero essere altrettanto promettenti nell’immediato futuro.

È dunque un cambio di rotta della Cina quanto ci si attende adesso dalla Ue con reciproci vantaggi. Poiché se, da un lato, l’Europa mira a ridurre il forte squilibrio fin qui esistente nell’interscambio di beni, dall’altro alcune forniture dei Paesi europei risultano congeniali al piano pluriennale di sviluppo varato recentemente da Pechino, imperniato soprattutto sulla triade innovazione, servizi e consumi.

D’altronde, dopo che è entrato in vigore l’accordo commerciale fra la Ue e il Canada ed è stato firmato il trattato di libero scambio fra Bruxelles e il Giappone, si dovrebbe assistere, dato l’interesse della Cina per un’intesa che garantisca un sistema multilaterale degli scambi internazionali (come è emerso nel summit con la Ue del 17 luglio) a una progressiva liberalizzazione del rigido regime normativo di Pechino in materia di rapporti commerciali con l’Europa.

In tal caso si delineerebbero pure per il made in Italy importanti opportunità di sviluppo. Purché, come ha sottolineato Alberto Bombassei (presidente della Fondazione Italia-Cina e a capo della Brembo che opera da dodici anni con successo in Cina), si agisca con riferimento soprattutto a settori industriali innovativi e di particolare valore aggiunto. Inoltre non è esclusa l’ipotesi che (in seguito sia al prossimo ridimensionamento del Quantitative easing della Bce, sia alla riduzione delle quote di banche e fondi d’investimento nazionali nell’esposizione del debito pubblico), il governo debba coinvolgere nuovi investitori esteri (in primis, cinesi) nella collocazione dei nostri Btp.

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