IL DIBATTITO SULL’UNIVERSITà

Perché la cooptazione rafforza gli atenei

di Gianpaolo Papaccio


default onloading pic
(Imagoeconomica)

3' di lettura

Le considerazioni del collega . Dario Braga di Bologna, nel articolo sul reclutamento universitario (si veda Il Sole 24 Ore del 6 agosto), sono largamente condivisibili.
Il sistema universitario italiano ha subìto, senza mai contestarle, numerose, troppe riforme, sovente peggiorative, laddove altri sistemi universitari mondiali da secoli non vengono modificati e funzionano egregiamente.
Quanto al reclutamento, si è passati da un sistema di terne - ossìa 3 idonei - con un solo vincitore (riforma Gentile), alla centralizzazione ossìa le “cattedre” venivano assegnate direttamente dall’allora ministero della Pubblica istruzione, alla legge 382/80 (riforma Ruberti), che dapprima stabilì una valutazione per i tanti “professori incaricati” e poi concorsi nazionali (con votazione dei componenti delle commissioni), che vennero sovente annullati e rallentati.
Seguirono nuovamente le terne locali con votazione dei commissari su scala nazionale (riforma Berlinguer), con 3 idonei per ciascuna valutazione, divenuti poi due ed infine l'attuale legge 210 (riforma Gelmini), la quale prevede dapprima l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn) con commissari non più eletti, ma sorteggiati fra coloro che hanno determinati requisiti, e, successivamente, valutazioni comparative locali con un solo idoneo, con commissari sorteggiati sulla base di regolamenti diversi per ciascun ateneo.
Non parlo del novello progetto di legge presentato da due parlamentari (docenti di scuola superiore), Torto e Melicchio, che stravolgono del tutto il sistema universitario, peggiorandolo gravemente, considerata la loro marcata incompetenza (oggi molto comune).
Orbene, brevemente, i sistemi concorsuali hanno sempre oscillato fra il locale e il nazionale e attualmente la legge prevede entrambe le forme con una Asn nazionale, necessaria per partecipare poi alle procedure locali. Ambedue (Asn e concorsi locali) sono stati e sono oggetto di ricorsi innanzi ai Tribunali amministrativi regionali (Tar).
Le forme di concorso sono state pertanto sperimentate tutte, come giustamente dice il profesor Braga, ma nessuna è stata, a partire dagli anni 80, esente da ricorsi, con motivazioni, sovente, opinabili con continue sentenze modificative di aspetti formali ed appesantimento di tutte le procedure che sono divenute difficilmente gestibili perché farraginose. Si pensi che per un semplice assegno di ricerca anche annuale occorre effettuare un bando e successivamente un concorso per titoli ed esami, laddove ovunque nel mondo basta una semplice “interview” anche via Skype con la decisione se accettare o meno la candidatura espressa direttamente dal Board, ossia dai membri designati dal dipartimento richiedente.
Attualmente inoltre il sistema prevede anche che ciascuna Università, data l’autonomìa abbia un proprio regolamento per i concorsi, per cui data la estrema differenza fra un sistema e l’altro si auspica che il Cun (Consiglio universitario nazionale) intervenga con uno schema nazionale unico di regolamento.
Ciò detto appare ovvio che, stante la possibilità di ricorrere sempre e comunque, la costante facilità di vedere annullati i concorsi per errori di forma, l’inclinazione da parte degli esclusi a vedere ovunque e comunque scandali, che spesso si rivelano inesistenti, l’ostilità di molta opinione pubblica verso l’accademia, la quale (lo si dimentica sovente) in quanto tale, deve avere come “missione” quella di formare le nuove leve e i cervelli della società, non resterebbe che eliminare i concorsi e passare alla “cooptazione”, come accade nei Paesi sovente indicati quali migliori e meritocratici da stampa e opinione pubblica.
A tale proposito è bene chiarire da subito ai lettori che proprio nei Paesi definiti “meritocratici” non v’è alcun pregiudizio verso alcuno, in quanto gli allievi possono essere capaci o incapaci indipendentemente dal loro rapporto con l’accademia. In Italia invece si presuppone, sbagliando, che gli allievi debbano essere aprioristicamente degli stupidi e meno meritevoli di un qualunque altro concorrente, con evidente distorsione del sistema.
La cooptazione, di non facile attuazione, stante la natura “pubblica” della docenza, consiste, in breve, nella presentazione al dipartimento, da parte del professore ordinario, di colui che lo affiancherà e poi sostituirà nel ruolo. Tale sistema comporta che il ruolo non è per sempre, ma necessita di valutazioni quinquennali periodiche delle capacità, basate non sui numeri che l’Anvur si ostina a proporre sulla base di algoritmi, bensì sulla base di una valutazione “oggettiva” dell’intero percorso, nell’ambito del dipartimento che lo ha chiamato, secondo modalità da stabilire e che potrebbero vedere commissioni “esterne”.
A quel punto, in caso di valutazione negativa, si rimanderà a casa il chiamato e, nel contempo, il professore proponente verrà inibito dal presentare altro candidato per alcuni anni (3), ovvero, se la valutazione è positiva, lo si confermerà fino a quando, superate 3 valutazioni consecutive, non lo si riterrà utile trasformandolo in tempo illimitato (tenure track).
Per attuare quanto sopra occorrerebbe ovviamente modificare la legge “Gelmini” e trasformare tutti i ruoli da pubblici in contratti di natura privata. Altre vie sono difficilmente percorribili.
Tuttavìa, un’altra alternativa esiste e consiste nella abolizione della competenza dei Tar sulle Università e ritorno alla magistratura civile ovvero, in via subordinata, nella eliminazione delle sospensive con sola decisione nel merito.

Ordinario di Istologia nell'Università della Campania

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...