MERCATI VALUTARI

Perché la corona svedese è finita al tappeto come la lira turca e il peso argentino

di Enrico Marro


La lira turca affonda, paura sui mercati

2' di lettura

Nel mirino dei mercati valutari non ci sono solo le divise di Paesi emergenti come la lira turca, il peso argentino, il rublo russo o la rupia indiana, penalizzati dai rialzi dei tassi americani e dalle guerre commerciali, oppure la sterlina britannica del dopo Brexit. Stavolta a finire sotto tiro è stata la valuta di uno dei Paesi più ricchi e stabili al mondo, tra i pochi che ancora vantano una tripla A da tutte le principali agenzie di rating e tra i pochissimi che in un mondo sommerso dai debiti sfoggiano un rapporto debito/Pil inferiore al 40%, meno di un terzo di quello italiano, oltre che una ragguardevole crescita economica. Stiamo parlando della Svezia.

Nei giorni scorsi la corona svedese ha toccato i minimi contro l’euro dai tempi del terribile inverno 2008/09, quelli del panico sui mercati post Lehman, risultando nel 2018 la più debole dei Paesi sviluppati. Questo per un mix di cinque fattori ben sintetizzati da Petr Krpata, strategist di Ing sui mercati valutari: tassi sottozero dal 2015, una banca centrale estremamente “colomba” che pare non li voglia alzare nemmeno in presenza di rialzi dell’inflazione (peraltro determinati dalla componente energetica), un’economia in leggero rallentamento e un lento deterioramento della bilancia commerciale con l’eurozona.

Ma soprattutto, a pesare sulla valuta del Regno di Carlo XVI Gustavo, sono le incertezze legate all'appuntamento elettorale di domenica, antipasto della sfida europarlamentare del 2019 tra europeisti e sovranisti. I sondaggi segnalano infatti un boom della destra radicale anti-immigrati incarnata dal partito degli Svedesi Democratici, che potrebbe toccare il 18-20% dei voti affiancando i moderati e avvicinandosi al 25% dei socialdemocratici, al loro minimo storico. Con il risultato di rendere difficile la formazione di una grande coalizione in grado di escludere la destra radicale, anche in virtù della frammentazione politica svedese: l'esito più probabile di conseguenza sarebbe un governo di minoranza, debole come la valuta svedese.

La mini-corona rappresenta d’altro canto un enorme vantaggio per un Paese che vive di export (con vendite oltreconfine pari al 45% del Pil): non a caso ha generato una sovraperformance della Borsa svedese rispetto alla media continentale, con guadagni del 6% da inizio anno contro un Eurostoxx 600 sostanzialmente piatto.

Tre giorni prima del voto si decide anche sui tassi. La Riksbank, la banca centrale svedese, si riunisce giovedì 6 settembre per le scelte di politica monetaria del regno. I tassi sono negativi (-0,5%) dal lontano 2015, e il consensus degli analisti per ora esclude ritocchi anche perché l’inflazione, depurata dalla componente energetica, viaggia sui minimi degli ultimi 17 mesi. Ma la debolezza della corona preoccupa. E non sono esclusi, almeno a livello di comunicazione, annunci di possibili ritocchi al rialzo dei tassi per ottobre o, più probabilmente, per dicembre.

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