Il verdetto

Perché la Corte ha dato torto a Budapest e Varsavia

I due Paesi chiedevano di sospendere il «meccanismo di condizionalità» che lega erogazione dei fondi a rispetto dei principi Ue

di Alberto Magnani

Ungheria, in piazza l'opposizione anti-Orban

2' di lettura

La Corte di Giustizia dell’Unione europea ha respinto il ricorso presentato da Ungheria e Polonia contro il cosiddetto meccanismo di condizionalità: la clausola che vincola l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello Stato di diritto. Ma da cosa nasceva la contesa sfociata nel verdetto di oggi?

I governi di Budapest e Varsavia chiedevano di annullare il regolamento che consente alla Ue di sospendere i pagamenti attinti dal bilancio europeo ai Paesi dove lo stato di diritto risulta «minacciato». Il verdetto della Corte spiana la strada a Bruxelles per l’attivazione di sanzioni contro entrambi i governi, ipotecando l’accesso ai fondi del maxi-pacchetto di Next Generation Eu.

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Il ricorso e la sentenza

Il ricorso di Ungheria e Polonia contestava il regolamento adottato il 16 dicembre 2020 da Parlamento e Consiglio Ue per «proteggere» il budget comunitario in caso di violazione dello Stato di diritto. Il testo permette al Consiglio, su incarico della Commissione, di intraprendere misure punitive come la sospensione dei pagamenti in arrivo dal bilancio Ue o il blocco dei programmi che dovrebbero essere finanziati dallo stesso budget comunitario.

Budapest e Varsavia chiedevano l’annullamento tout-court del regolamento, sostenendo - fra le altre cose - che non trovasse appigli nei Trattati e che «aggirasse» la procedura di sanzione già stabilita nell’articolo 7 del Trattato sulla Ue. I due governi si sono sostenuti a vicenda, mentre la Commissione e un gruppo di stati membri (Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Irlanda, Paesi Bassi, Spagna, Svezia) si sono schierati in favore della posizione di Parlamento e Consiglio.

La Corte, a quanto si legge nella sentenza, ha respinto entrambe le contestazioni principali di Ungheria e Polonia. Da un lato, il regolamento si fonda su una base giuridica adatta rispetto al suo obiettivo di protezione del bilancio comunitario da casi di violazione palese dello Stato di diritto. Dall’altro, non si creano incompatibilità con l’articolo 7 del Trattato Ue. Come si legge nella sentenza, la «procedura di cui all’articolo 7 del Trattato Ue e la procedura stabilita dal regolamento perseguono perseguono finalità diverse e hanno ciascuna un oggetto chiaramente distinto».

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