Opinioni

Perché la credibilità della Cina in Occidente è a pezzi

La gestione opaca del Covid-19 e le promesse non mantenute a Hong Kong hanno portato alla luce la natura neostalinista del regime di Pechino

di Minxin Pei

(REUTERS)

6' di lettura

Quando ripenseranno al 2020, molti storici diranno che è stato un anno cruciale, come il 1949 e il 1979, che ha trasformato i rapporti della Cina con l’Occidente. Dopo che il primo ottobre 1949 Mao Zedong proclamò la fondazione della Repubblica popolare cinese, il Paese divenne parte del blocco sovietico e un nemico giurato dell’Occidente a guida americana. Trent’anni dopo, però, quando Deng Xiaoping lanciò il suo programma di riforme ed effettuò una visita ufficiale negli Stati Uniti per normalizzare le relazioni sino-americane, una Cina impoverita dal disastroso governo di Mao ricevette un caloroso bentornato nella comunità internazionale.

Nel 2020, il pendolo ha oscillato nuovamente verso un clima di reciproca diffidenza e ostilità. Due sviluppi in Cina hanno giocato un ruolo decisivo in questo cambiamento radicale: la pandemia di Covid-19 e la legge sulla sicurezza nazionale che il governo cinese ha imposto a Hong Kong.

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La pandemia di Covid-19 ha avuto inizio con ogni probabilità a Wuhan, in Cina, nel novembre 2019, prima di diffondersi rapidamente in tutto il pianeta e paralizzare l’economia mondiale nel 2020. Nella decisiva fase iniziale, la risposta delle autorità cinesi è stata del tutto inadeguata a causa di timori burocratici, una cultura censoria e una scarsa conoscenza del nuovo virus. Il presidente Xi Jinping era stato informato dello scoppio dell’epidemia all’inizio di gennaio, ma non è stato in grado d’intervenire in modo incisivo sin da subito, facendo così perdere tempo prezioso. Di fronte al disastro che si stava profilando a fine gennaio, Xi è ricorso a lockdown draconiani e ad altre misure restrittive per debellare il virus. Le autorità cinesi hanno mobilitato l’intero Paese per combattere quella che il Partito comunista cinese (Pcc) al governo ha definito una “guerra del popolo” contro un nemico invisibile ma mortale.

Questo sforzo straordinario ha salvato la faccia al Pcc e consentito a Xi di usare una sciagura a suo vantaggio, specialmente vista l’incompetente risposta alla pandemia del presidente americano Donald Trump. Grazie all’efficace soppressione del virus, la Cina è stata l’unica economia tra quelle principali a crescere nel 2020. Malgrado, però, i vantaggi politici a breve termine per Xi e il Pcc, il Covid-19 potrebbe aver profondamente allontanato l’Occidente dalla Cina per motivi economici e ideologici. Le gravi perturbazioni economiche causate dalla pandemia hanno costretto l’Occidente a riconoscere che ormai dipendeva troppo dalla Cina quale centro di produzione e fornitore vitale di dispositivi di protezione individuale (Dpi). (Nel 2018, quasi la metà di tutte le importazioni di Dpi verso gli Stati Uniti e l’Unione europea proveniva dalla Cina.)

Sebbene l’incertezza economica legata alla pandemia e i costi associati alla ricollocazione delle catene di fornitura potrebbero ritardare l’esodo di massa degli impianti di produzione occidentali dalla Cina, i legami del Paese con l’Occidente riguardo al commercio e agli investimenti saranno considerevolmente indeboliti. Le uniche incognite sono l’entità di tale indebolimento e il tempo che impiegherà a verificarsi.

Sul piano ideologico, le democrazie occidentali si sono infuriate per la risposta ufficiale della Cina all’epidemia, nella fattispecie l’aver costretto al silenzio i medici che per primi avevano dato l’allarme, la palese disonestà delle autorità locali delle province di Wuhan e di Hubei e lo stile aggressivo della diplomazia cinese teso a mascherare la colpevolezza del Pcc. Da un sondaggio condotto dal Pew Research Center nell’ottobre 2020 è emerso che quasi tre quarti degli intervistati di quattordici democrazie ricche del Nord America, dell’Europa e dell’Asia vedono la Cina in modo sfavorevole. Nei prossimi anni, è probabile che questi Paesi rivedranno la loro politica nei confronti della Cina nel senso di un allentamento dei legami economici con la Repubblica Popolare e di una maggiore fermezza sui temi dei diritti umani e della sicurezza.

Se ancora sussistevano dubbi in merito alla natura neostalinista del regime di Xi, questi sono definitivamente svaniti alla fine di maggio 2020, quando il governo cinese ha imposto una repressiva legge in materia di sicurezza nazionale all’ex colonia britannica di Hong Kong. La città, che conta 7,5 milioni di abitanti, era in rivolta dal marzo 2019, quando Carrie Lam, il suo capo esecutivo nominato dal Pcc, tentò di introdurre forzatamente una controversa legge che avrebbe consentito l’estradizione in Cina di cittadini sospettati di aver commesso reati. Le proteste contro l’estradizione avevano quasi messo in ginocchio il governo di Hong Kong. A prima vista, esse sembravano l’inevitabile – seppure più spettacolare ed eroico – sequel della Rivoluzione degli ombrelli del 2014, un movimento a maggioranza studentesca che aveva chiesto, senza ottenerlo, il suffragio universale e l’elezione diretta del capo esecutivo della città. Ma il Pcc colse nelle manifestazioni del 2019 una minaccia ancora più grave vista la partecipazione senza precedenti, che quel giugno arrivò a coinvolgere in un’occasione quasi due milioni di persone. Cedere alle richieste dei manifestanti, compresa quella di adempiere alla promessa del Pcc di consentire elezioni libere, sarebbe stato interpretato come una resa. Consapevole della necessità di proteggere la sua immagine di uomo forte e di scongiurare possibili accuse di indecisione, Xi non poteva consentire che la rivolta di Hong Kong continuasse.

Alla fine, Xi optò per una legge di sicurezza nazionale che avrebbe imposto severe sanzioni, tra cui l’ergastolo, per «attività che mettono a rischio la sicurezza dello Stato», definite in modo assai vago e ampio. L’articolo 23 della mini-costituzione di Hong Kong, nota come Legge Fondamentale, stabilisce che soltanto il consiglio legislativo della città, eletto in maniera semidemocratica, possa approvare una legge di sicurezza nazionale. Xi, però, l’ha scavalcato ordinando al Congresso nazionale del popolo cinese di redigere e approvare, senza alcun controllo, la legge entro cinque settimane. La legge è entrata in vigore il primo luglio 2020, mettendo l’ultimo chiodo sulla bara del modello di governance di “un Paese, due sistemi”, con il quale la Cina si era impegnata a rispettare il sistema legale separato, la magistratura indipendente e le libertà civili di Hong Kong fino al 2047.

La drastica decisione di Xi avrà pure soffocato temporaneamente l’ondata di dissenso a Hong Kong concedendogli un po’ di respiro, ma ha irreparabilmente danneggiato i rapporti della Cina con l’Occidente. Rimangiandosi così presto la promessa fatta a Hong Kong, la Cina ha distrutto la propria credibilità internazionale. L’Occidente non può più fidarsi del regime cinese, e le conseguenze di ciò saranno gravi e durature.

L’impatto del Covid-19 e della repressione a Hong Kong sulle relazioni tra Cina e Stati Uniti è stato particolarmente profondo e consequenziale. Sicuramente, i legami sino-americani avevano cominciato a deteriorarsi a partire dalla metà del 2018, a causa della guerra commerciale di Trump. Ma nel gennaio 2020, Trump e il vice premier cinese Liu He avevano firmato un accordo commerciale di “fase uno” che aveva temporaneamente sospeso le ostilità (anche se gran parte dei dazi doganali statunitensi sulle merci cinesi era rimasta in vigore). All’epoca, nulla lasciava presagire che Trump intendesse pregiudicare le sue chance di rielezione a novembre con un nuovo ciclo di misure economicamente destabilizzanti contro la Cina.

La faida bilaterale è degenerata in una guerra fredda a tutti gli effetti soltanto nella primavera del 2020, quando i calcoli di Trump cambiarono drasticamente poiché la sua cattiva gestione della pandemia aveva oscurato le prospettive di una rielezione. A quel punto, egli ripiegò in modo cinico e accanito sulle accuse contro la Cina, dando ai falchi della sua amministrazione carta bianca per punirla di conseguenza. L’imposizione da parte di Xi della legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong non solo fece il loro gioco, ma fornì loro anche munizioni preziose per convincere gli alleati degli Stati Uniti più titubanti della necessità di unire le forze per affrontare un impero neototalitario aggressivo e inaffidabile.

Man mano che il 2020 si avviava alla conclusione, i rapporti della Cina con gli Stati Uniti hanno quasi raggiunto il punto di collasso. E dato che negli Stati Uniti il sospetto nei riguardi della Cina di Xi è un fenomeno bipartisan, la vittoria di Joe Biden su Trump alle presidenziali di novembre potrebbe non aumentare le prospettive di salvare le relazioni bilaterali. Quantomeno, però, è improbabile che l’amministrazione Biden ripristinerà lo status quo ante negli anni a venire.

Ancora una volta, le decisioni politiche della Cina hanno resettato i legami del paese con l’Occidente. Ma mentre le riforme e l’apertura di Deng nel 1979 segnarono l’inizio di un rapporto collaborativo e proficuo, le politiche di Xi nel 2020 rischiano di inaugurare decenni di ostilità.

(Traduzione di Federica Frasca)

Professore di scienze politiche al Claremont McKenna College e senior fellow non residente del German Marshall Fund of the United States, un think tank statunitense.

Copyright: Project Syndicate, 2020

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