Gli effetti della guerra

Perché cresce il rischio di una grave crisi alimentare globale

Se fino al mese scorso il rialzo dei prezzi alimentari si poteva ritenere causato dall'impatto crescente dei costi dell'energia e dei fertilizzanti in un contesto di crescita economica, adesso il fattore prevalente è lo shock nell'offerta di cereali da parte di Ucraina e Russia provocato dal conflitto e dalle sanzioni commerciali e finanziarie alla Russia

di Marcello Minenna

(Adobe Stock)

7' di lettura

La deflagrazione del conflitto russo-ucraino ha spinto fuori controllo i prezzi dei beni alimentari di base. Già a febbraio 2022 l'indice benchmark della Food and Agriculture Organization (FAO, Food Price Index FPI) – che tiene traccia dei prezzi sui principali mercati mondiali – era vicino ai livelli massimi mai registrati, dopo un rally di 22 mesi consecutivi ed un incremento del 55% rispetto al minimo relativo di maggio 2020 (vedi Figura 1). Ma i dati preliminari di marzo 2022 fanno temere il peggio, con un ulteriore balzo dell'indice guidato essenzialmente dai prezzi dei cereali, che porterebbe il rialzo cumulato dal 2020 oltre il 65%.

Se fino al mese scorso il rialzo si poteva ritenere causato dall'impatto crescente dei costi dell'energia e dei fertilizzanti in un contesto di crescita economica, adesso il fattore prevalente è lo shock nell'offerta di cereali da parte di Ucraina e Russia provocato dal conflitto e dalle sanzioni commerciali e finanziarie alla Russia.

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VARIAZIONE % DEL FOOD PRICE INDEX (FPI) E DELLE SUE COMPONENTI
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Un boom dei prezzi incontrollato

A fine febbraio 2022 l'indice FPI era superiore ai picchi elevatissimi che hanno caratterizzato le gravi crisi alimentari del passato (2007-2008 e 2012-2014). La spinta, che era stata limitata in una prima fase ai prezzi degli oli vegetali (tra cui l'olio di palma) e dei cereali, ha coinvolto anche carne e prodotti caseari. Fortunatamente il prezzo del riso, che è una delle fonti primarie di calorie nei Paesi in via di sviluppo, rimane una delle poche commodities che sta sperimentando pressioni al rialzo ancora contenute.

La “bolletta alimentare” è oramai esplosiva in tutti i Paesi poveri importatori netti, soprattutto quelli dipendenti dal turismo internazionale che continua ad essere penalizzato dal contesto post-pandemico e dalle tensioni geopolitiche. Serie ripercussioni stanno già comparendo sui mercati valutari. I costi delle importazioni di beni alimentari – inclusi i costi di trasporto via mare elevatissimi – nel 2021 hanno toccato un valore record superiore ai 1.900 miliardi di $, in crescita di quasi il 25% sul 2020.

Dopo una violenta ma breve caduta dei prezzi a causa dei grandi lockdowns generalizzati delle economie avanzate nella primavera 2020, con le riaperture graduali il trend discendente si è rapidamente invertito per quasi tutte le principali commodities. Già ad ottobre 2020 il calo dei prezzi dovuto alla crisi pandemica era stato riassorbito.Successivamente, il rialzo dei prezzi ha preso forza negli ultimi mesi del 2020 estendendosi dagli oli vegetali ad altre fasce di prodotti alimentari più importanti per il consumo umano, come i cereali (area gialla) e la carne (area rossa). Durante il 2021, alla rapidità di incremento si è associata una persistenza allarmante che ha preso in contropiede i governi mondiali che si aspettavano un rientro graduale del fenomeno entro il 2022. L'anno in corso si sta invece caratterizzando per un rapido avvitamento della crisi.

Guerra e crisi energetica: mercati dei cereali in fibrillazione

A destare massima preoccupazione è l'andamento dei prezzi dei prodotti cerealicoli destinati all'alimentazione umana. Secondo la FAO mediamente nel mondo circa 1.250 calorie giornaliere vengono ricavate dal consumo di cereali su 2.900 totali (il 43%). Nei Paesi in via di sviluppo questo dato è sensibilmente più alto (56%). I 2/3 di questa quota di calorie vengono fornite da soltanto due tipologie di cereali, il riso ed il grano. Segue con un forte distacco il mais, da cui si ricava solo il 12% delle calorie perché gran parte di questa produzione è destinata al consumo animale piuttosto che umano.

TASSI DI INCREMENTO A 12 MESI DEI PREZZI DEI CEREALI
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Nel 2007-2008, la più grave siccità del XXI secolo ed i discutibili sussidi governativi a vantaggio dei c.d. biofuels sintetizzati dal mais, fecero balzare i prezzi di tutti i cereali a livelli record, innescando rivolte alimentari in numerosi paesi africani. Successivamente, nel 2010, il divieto di esportazione di grano da parte della Russia portò al più grave evento mai registrato di food inflation che funse da innesco ai sommovimenti sociali in Medio Oriente precedenti la “Primavera Araba”.Analizzando queste precedenti crisi alimentari corrispondenti ai picchi dell'indice FPI, si notano (vedi Figura 2) tassi di incremento eccezionalmente alti dei prezzi dei cereali di base. In particolare, una crisi globale appare quasi certa se il prezzo del riso (barre rosse) e quello del grano (barre blu) crescono all'unisono. Per ragioni climatiche e di diversificazione geografica questo accade di rado ed in genere gli andamenti della produzione e dei prezzi di riso e grano appaiono disaccoppiati, consentendo alle fasce di popolazione più povere strategie di “compensazione” alimentare.

È realmente una fortuna che nella situazione attuale il prezzo del riso continui ad essere “protetto” da raccolti relativamente abbondanti in Asia e nel Sud degli USA, con un effetto contagio dagli altri mercati agricoli ancora marginale. Una forte vulnerabilità resta: anche nella gravissima crisi del 2007-2008 in una fase iniziale il prezzo del riso era in controtendenza mentre gli altri cereali sperimentavano una prima serie di forti rialzi. In un secondo momento la crisi si estese anche a questa commodity facendo precipitare i Paesi importatori più esposti in guai molto seri.

L'impatto del conflitto russo-ucraino sull'offerta di cereali

Nel 2022 il fattore di innesco della crisi globale potrebbe essere il conflitto in corso tra Russia e Ucraina. I due Paesi belligeranti rappresentano insieme il 30% dell'intera offerta globale di grano ed il 15% di quella di mais (vedi Figura 3). La Russia domina il mercato del grano (barre rosse), mentre l'Ucraina è l'esportatore maggiore su quello del mais (barre gialle); la quota di entrambi i Paesi sui mercati in cui sono leader è cresciuta costantemente nell'ultimo quinquennio.

QUOTE % DEL MERCATO MONDIALE DI GRANO E MAIS.
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Allo stato attuale, tutte le esportazioni di cereali dall'Ucraina sono interrotte per via della chiusura dei porti sul Mar Nero da cui transitavano i cargo in uscita in periodo di pace. Le esportazioni russe proseguono parzialmente, soprattutto nei confronti dei grandi partner commerciali più vicini, come Turchia ed Egitto. In ogni caso, il declino del commercio marittimo di prodotti agroalimentari al 21 marzo era stimato intorno al 60%. Uno dei timori maggiori è che la prosecuzione del conflitto in estate possa mettere a rischio la stagione di raccolto ucraino del 2022.Le Figure 4 e 5 ci forniscono un taglio geografico della dipendenza alimentare del mondo dall'export cerealicolo di Russia ed Ucraina.

MERCATO GLOBALE DEL GRANO - VALORE TOTALE DELL’EXPORT
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MERCATO GLOBALE DEL MAIS - VALORE TOTALE DELL’EXPORT
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In tema di sicurezza alimentare, si può apprezzare a colpo d'occhio la fortissima vulnerabilità dei Paesi del Medio Oriente e dell'Africa sub-sahariana: in particolare di Egitto e Turchia. A seguire è evidente la forte esposizione di Bangladesh ed Indonesia, dove tuttavia è più semplice l'effetto sostituzione dei consumi con il riso. In qualità di maggiore importatore mondiale di grano, l’Egitto fa affidamento su entrambi i paesi per l’85% delle sue forniture, nonché per il 73% dell'import di olio di girasole per il quale l’Ucraina è leader globale. In questi giorni il mercato valutario egiziano è in forte tensione e la banca centrale ha dovuto accettare una svalutazione immediata della Sterlina egiziana del 16%, che prevedibilmente aggraverà il costo della bolletta alimentare e di tutte le altre importazioni fondamentali.In seconda battuta, la Cina potrebbe avere delle ripercussioni negative sull'approvvigionamento di mais, utilizzato prevalentemente per l'alimentazione del più grande stock globale di suini, insieme a diversi Paesi europei grandi importatori di mais per l'allevamento, tra cui l'Italia.

Il contagio dal mercato del gas naturale: forse una tregua?

Il conflitto russo-ucraino ha dei contraccolpi negativi anche a valle dell'export diretto di cereali. Russia e Bielorussia sono rispettivamente il primo e il sesto maggior esportatore mondiale di fertilizzanti, rappresentando il 20% dell’offerta globale. La Russia fornisce da sola quasi un decimo dei fertilizzanti globali a base di azoto e fosfato di diammonio ed insieme alla Bielorussia rappresenta circa un terzo della produzione di potassio. Putin ha già annunciato il divieto di esportazione di fertilizzanti verso “paesi ostili”, mentre è in vigore da settembre 2021 un blocco dell'export di fertilizzanti cinesi.
A fronte di un costo del trasporto merci via mare salito mediamente del 900% sulle principali rotte transoceaniche in 2 anni, il prezzo dei fertilizzanti agricoli più utilizzati nella coltivazione intensiva di cereali ha registrato un aumento del 200%. In particolare l'urea (+276%) ed il fosfato di diammonio (+240%) risultano i componenti più interessati dai rincari.
In genere l'intensità di utilizzo dei fertilizzanti è più elevata nella produzione di grano, mais ed orzo e minore in quella del riso: questo contribuisce a spiegare perché la tempesta inflattiva continui a risparmiare per ora questo fondamentale cereale.
C'è una ragione per l'aumento improvviso dei prezzi dei fertilizzanti, che erano rimasti bassi e stabili per oltre un decennio: le tensioni in atto sui mercati dell'energia, e soprattutto su quello del gas naturale. Infatti la sintesi dei fertilizzanti agricoli basati sull'ammoniaca è caratterizzata da processi chimici energivori, in cui l'utilizzo del gas naturale la fa da padrone (il c.d. processo Haber-Bosch). Si stima che il 2% dei consumi di energia a livello globale sia dovuto alla produzione di fertilizzanti azotati.
Storicamente le oscillazioni del prezzo del gas naturale (vedi Figura 6, linea gialla) provocano degli effetti amplificati sui prezzi dei fertilizzanti (linea blu) in tempi molto brevi. A cascata, prezzi dei fertilizzanti più alti si ribaltano con un lag temporale variabile sul costo dei cereali (linea rossa).

RELAZIONE TRA PREZZO DI GAS, FERTILIZZANTI E CEREALI
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Tra i pochi aspetti positivi, l'arrivo della stagione calda nell'emisfero settentrionale sta abbassando un po' la tensione sul gas naturale e di conseguenza anche su quello dei fertilizzanti. Sulla borsa di Amsterdam i prezzi dei futures ad 1 mese per il gas naturale oscillano intorno ai 100 € per megawatt/ora dopo un record assoluto di 220 € raggiunto agli inizi di marzo. In previsione di un fisiologico aumento delle temperature nel mese di aprile, si stima un recupero dei livelli delle riserve per via del flusso di gas in arrivo dalla Russia - ansiosa di sfruttare al massimo la finestra di prezzi record - a pieno regime.
I problemi di approvvigionamento sul mercato globale dei fertilizzanti avranno un forte impatto sui raccolti e sul reddito agricolo. Nell’Unione Europea (UE), gli agricoltori saranno interessati sia dagli aumenti dei prezzi che dalle recenti sanzioni commerciali. L’UE, che importa l’85% del suo consumo di potassio dall'estero e di questo il 27% dalla Bielorussia, ha già introdotto sanzioni sulla produzione bielorussa.
Difficile dunque essere ottimisti per i prossimi mesi: i prezzi delle commodities alimentari continueranno a subire gli effetti della spirale inflattiva innescata dagli alti costi dell'energia e dal conflitto bellico in Europa, in uno scenario che comincia ad inquadrare l'arrivo di una nuova recessione economica.

Marcello Minenna, Direttore Generale dell'Agenzia delle Accise, Dogane e Monopoli
@MarcelloMinenna
Le opinioni espresse sono strettamente personali

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