Interventi

Perché la cultura antindustriale fa danni

di Valerio Castronovo


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4' di lettura

Qualche dato positivo dell’Istat su un aumento dei posti di lavoro in un trimestre, soprattutto per quelli over 50, ha indotto il vice premier Luigi Di Maio a suonare le trombe.

Ma la realtà è pur sempre quella di un Paese fermo ormai a crescita zero. Ed è un mero espediente quello di esorcizzare questa penosa situazione parlando di un’inguaribile tendenza dei soliti profeti di sventura.

I dati di fatto sono purtroppo eloquenti quanto impietosi. Oltre a un debito colossale che è il terzo più elevato del mondo (dopo quello degli Stati Uniti e del Giappone), per cui ogni italiano è indebitato fin dalla nascita per 40mila euro, il nostro livello di produttività oraria è largamente inferiore a quello tedesco e francese (tanto che ci vogliono da noi 56 giorni in più all’anno per produrre lo stesso bene che in Germania).

Lo stock degli investimenti è in costante calo e così la fiducia degli imprenditori; i casi più eclatanti di crisi aziendali sono 160 e non si vede per il momento come poterli avviare a soluzione, tanto si tratta per lo più di cause strutturali, ma anche di mancate iniziative appropriate prese per tempo; 430 sono i cantieri bloccati al Nord e 130 al Sud; il capitale umano, a cominciare da quello dei laureati (il 14% del totale), è tra i più scarsi del mondo occidentale; e in fatto di digitalizzazione siamo al penultimo posto nella graduatoria dei 28 Paesi della Ue.

Certo, sappiamo che sovente l’andamento della nostra economia è stato come quello del volo di un calabrone: tante sono le pesanti anomalie di cui essa ha continuato a essere gravata, ma reiterati sono sempre stati i suoi sforzi per tornare a volteggiar con successo verso l’alto e riprendere velocità. Al punto che siamo riusciti ad affermarci come la seconda manifattura d’Europa.

Ma c’è un momento in cui non si ha più la possibilità di reggere a questo estenuante andirivieni su e giù; e oggi è ormai evidente il rischio di questa drammatica evenienza: perché adesso a certi tradizionali e mai risolti handicap (tra croniche carenze infrastrutturali, pesanti pletore burocratiche, gravi oneri fiscali) si stanno aggiungendo altre incongruenze paradossali e surreali per un Paese in cui l’impresa è il motore dello sviluppo e dell’occupazione: ossia la reviviscenza di un’astiosa cultura antindustriale da parte della fazione grillina emersa, dalle elezioni del marzo 2018, alla ribalta del governo.

Pregiudizi e ostilità

Si tratta di un atteggiamento composto da una miscela deleteria e paralizzante di pregiudizi e ostilità viscerali, di insipienza e di dilettantismo, contrabbandata come spirito di servizio e senso dello Stato.

Questa sorta di acredine e di arroganza nei confronti dell’imprenditoria emersa in pieno nei giorni scorsi – con gli attacchi rivolti a due società quotate in Borsa e avvenuti a mercati aperti, come Autostrade (ancor prima di una sentenza definitiva della magistratura) di Atlantia, per non parlare dell’improvvisa sortita di Di Maio sulla questione dell’immunità temporale nell’ex Ilva, per fortuna in fase di correzione – sta mettendo a repentaglio migliaia di posti di lavoro e scuotendo la credibilità dell’Italia nei mercati e tra gli investitori.

Purtroppo si tratta di un abito mentale che i grillini si sono appiccicati addosso fin dalla loro comparsa sulla scena, quando definivano con l’insulso appellativo di “prenditori” quanti erano a capo di un’azienda di qualsiasi genere e i loro militanti non provenivano dalla classe operaia, ma erano per lo più pervasi da mera demagogia e invidia sociale.

Alcuni di loro sono adesso titolari di importanti incarichi ministeriali e hanno assunto perciò non solo determinanti responsabilità pubbliche nell’interesse collettivo, ma anche precisi doveri nel rispetto delle regole della Comunità europea.

Impegni e realtà

Eppure non si è mai visto un governo che seguita a non far fronte a entrambi questi suoi impegni di fondo, in quanto lacerato, al suo interno, su ogni decisione mentre il Paese appare scivolare verso una progressiva deriva economica e sociale.

La questione di fondo è che questo governo non ha una visione d’insieme del futuro del Paese: se lasciar logorare man mano la sua vocazione industriale, tagliando l’erba di sotto i piedi anche alle poche maggiori imprese esistenti; se fare della Penisola il “giardino” turistico d’Europa, pur senza adeguate strutture ricettive, appropriate vie di comunicazione nazionali e internazionali e termovalorizzatori per l’eliminazione delle discariche a cielo aperto e quant’altro ancora; se limitarsi a trarre i maggiori vantaggi possibili da un avamposto della “via della Seta cinese”; o, addirittura, ambire a fare dell’Italia una sede di alte scuole di specializzazione in ricerca scientifica e alta tecnologia malgrado il 70% dei suoi insegnanti siano altrettanti precari.

È probabile molto più semplicemente che si voglia tirare a campare alla meno peggio, alla faccia delle più giovani generazioni e cercando, con qualche furbesco tatticismo o con qualche presuntuosa esibizione muscolare, di contare qualcosa nell’agone internazionale. Ma è possibile immaginarlo in un universo dominato dalle sfide ineludibili della globalizzazione, della quarta rivoluzione industriale e dal confronto fra le massime potenze mondiali?

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