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Perché (e come) la legge sulla discriminazione sessuale è migliorabile

Il disegno di legge volto a estendere ilcontrasto alla discriminazione anche alla sfera sessuale scivola su alcuni principi

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

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(ANSA)

Il disegno di legge volto a estendere ilcontrasto alla discriminazione anche alla sfera sessuale scivola su alcuni principi


4' di lettura

Il disegno di legge volto a estendere il contrasto alla discriminazione anche alla sfera sessuale è in discussione alla Camera in queste ore.Invece di dividersi tra entusiasti e detrattori, sempre più passatempo nazionale, proviamo a presentare il “sugo” della nuova disciplina e a fare qualche considerazione di contorno.

La legge interviene anzitutto sugli articoli 604 bis e 604 ter del codice penale. Il primo punisce con la reclusione fino a un anno e sei mesi e 6mila euro di multa chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico. La stessa pena è prevista per chi istiga a commettere o commette atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, o religiosi. La reclusione è aumentata da sei mesi a quattro anni per chi istiga a commettere o commette violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, nonché per chi partecipa o presta assistenza a organizzazioni, associazioni, movimento o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per i motivi sopra ricordati. La pena più grave, reclusione da uno a sei anni, è prevista per chi promuove, o dirige simili organizzazioni.

Una aggravante speciale è poi prevista per i negazionisti o gli apologeti della Shoah o di altri crimini di guerra o contro l'umanità.L'art. 604 ter, invece, per i reati puniti con una pena diversa dall'ergastolo, prevede che la pena sia aumentata fino alla metà se il reato è commesso con finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso.

Stando solo agli interventi su queste due disposizioni, la nuova legge non tocca l'art. 604 bis c.p. prima parte, nella quale resta punita solo la propaganda di idee basate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico. Viceversa, alle altre condotte, ovvero la commissione di atti discriminatori, l'istigazione a commettere o la commissione di atti di violenza, la partecipazione, promozione o direzione di organizzazioni, viene aggiunto il fatto che la discriminazione sia fondata sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere.

Al netto di una certa ridondanza linguistica, che affligge il legislatore recente anche in altri campi, questa novella ci pare da un lato introdurre una previsione quasi ovvia, in ordine alla quale non si riesce a capire perché vi sia tanto rumore, se non per ragioni di “bassa cucina” politica. Se si ritiene che i reati di opinione debbano avere cittadinanza nel nostro ordinamento (posizione non così scontata), è razionale che tra le ragioni che inducono a punire la discriminazione vi sia anche il sesso. Semplificando molto, si può affermare che questi reati mirano a proteggere minoranze o comunque categorie attualmente o anche storicamente “deboli” e oggetto di disprezzo, sfociato in tragedie collettive, atti di persecuzione o isolamento sociale. E due dei fattori su cui si è basato tradizionalmente il pregiudizio e l'odio sociale sono proprio il sesso e il genere.La modifica a tali reati si trova in perfetta sintonia con il testo dell'art. 3 della Costituzione che, appunto, dichiara tutti gli uomini uguali senza distinzione di sesso (criterio tra l'altro indicato per primo), razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Il legislatore, prima di tutto costituzionale, ha dunque imposto una tutela rafforzata avverso le discriminazioni tra uomo e donna. Sicché, se si decide di rendere penalmente rilevanti comportamenti discriminatori, non si capisce perché in base alla religione sì e al sesso no.

Non è chiaro, e qui veniamo alle ombre del disegno di legge, perché resti vietata la propaganda solo di idee razziste. Al di là del fatto che non è sempre semplice tracciare la differenza tra propaganda e induzione a compiere atti discriminatori, in un ordinamento come il nostro nel quale vi dovrebbe essere posto per ogni idea, anche quelle più scioccanti, non sembra che la mera propaganda meriti la sanzione penale. Questo tipo di penalizzazione, finalizzata a limitare punendo fenomeni di inciviltà presenti nella società in sé lascia sempre un po' perplessi. Sarebbe stato forse opportuno, quindi, approfittare della riforma per abrogare questa previsione.

D'altra parte la giurisprudenza più avveduta impone che per l'applicazione anche del delitto di “propaganda” debba sussistere un “principio di azione”: non è sufficiente la manifestazione di un'opinione, ma è indispensabile un comportamento proprio o la induzione a un comportamento altrui, che leda o metta in pericolo un bene giuridico. A questo proposito resta misterioso il senso dell'emendamento che introduce nel testo che «è consentita la libera espressione di convincimenti ed opinioni, nonché le condotte legittime, riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte». Ci sfugge il motivo per cui l'ovvio, sancito già in Costituzione, debba essere oggetto di previsione normativa. Poi, come accennato, non sembra che la polverizzazione delle ipotesi di distriminazione in base al genere porti precisione ma il suo contrario. E in previsioni normative dai contorni già abbastanza sfumati non si sente il bisogno di ulteriori elementi di poca chiarezza. Non a caso, forse, proprio questi due ultimi punti sono stati stigmatizzati nel parere della commissione affari costituzionali. Insomma, la direzione è giusta, ma come diceva Flaiano, in Italia la distanza minore tra due punti è sempre l'arabesco.

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