ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più14 agosto 2018-14 agosto 2019

Perché è crollato il Ponte Morandi: che cosa sappiamo un anno dopo

Perché il Ponte Morandi è crollato? Per capirlo, sono stati mobilitati persino i satelliti. La verità è, per quanto se ne sa finora, che una risposta netta non è arrivata nemmeno dallo spazio. Ma un anno di indagini della magistratura e ricerche degli scienziati ha già detto più di qualcosa. Quantomeno agli esperti

di Maurizio Caprino


Il Ponte Morandi dalla costruzione al crollo

7' di lettura

Perché il Ponte Morandi è crollato? Per capirlo, sono stati mobilitati persino i satelliti. Più volte e da più parti, quasi sempre con molta discrezione per non alimentare indiscrezioni giornalistiche. La verità è, per quanto se ne sa finora, che una risposta netta non è arrivata nemmeno dallo spazio. Ma un anno di indagini della magistratura e ricerche degli scienziati ha già detto più di qualcosa. Quantomeno agli esperti.

Quel viadotto era una costruzione nota in tutto il mondo per le sue soluzioni tecniche ardite. La contropartita era che - al netto di accuse e polemiche su degrado e manutenzione - non aveva ridondanze. Vuol dire che, se cede una parte, le altre non sono dimensionate per far sì che tutta la struttura regga.

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Perché la struttura cede
Bisogna tenere presente che l’equilibrio di una struttura del genere è determinato da un legame a catena tra i vari elementi che la compongono. Se si rompe un elemento, viene meno il legame e quindi l’equilibrio. Questo spiega come mai la pila 9 del Morandi è crollata completamente.

Ponte Morandi. (ANSA/FLAVIO LO SCALZO)

Dalle indagini giudiziarie condotte finora, sembra che il primo elemento a rompersi sia stato uno strallo. In questo caso, accadono quattro cose:
- l’estremità di impalcato a cassone collegata allo strallo che si rompe non ha più sostegno e collassa (sotto il peso dell’impalcato tampone successivo, che non è retto da alcuna pila ed è solo appoggiata all’estremità del cassone) perché resta appesa solo allo strallo che si trova dalla parte opposta della carreggiata, che non è dimensionato per reggerla da solo;
- lo strallo collegato alla sommità con quello che ha ceduto non ha più l’ancoraggio superiore e viene trascinato verso il basso dalla sua corrispettiva estremità d’impalcato a cassone, la quale perde anch’essa il sostegno e collassa sotto il peso dell’impalcato tampone successivo;
- il collasso di due stralli e del cassone squilibra tutta la pila, che crolla;
- i due impalcati tampone contigui alla pila entrata in crisi, rimasti privi di appoggio su un’estremità, cadono.

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Il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi (ANSA/LUCA ZENNARO)

Ma, dato il legame a catena che c’è tra gli elementi di una pila, gli stessi effetti si possono avere se cede per primo un altro di tali elementi. Cambia solo l’ordine temporale dei cedimenti.

Si arriva al crollo della pila anche quando cedono elementi diversi da quelli finora descritti. Come la sella (quella sorta di traversa superiore della pila, che fa da “spartiacque” tra due stralli collegati e se si rompe li fa cadere).
O un impalcato tampone, perché la pila si trova improvvisamente senza il peso di tale impalcato e flette (fino a crollare) dalla parte opposta, sotto il peso dell’altro impalcato a cassone che le si appoggia.

Le indagini sulla dinamica del crollo
Ora, il lavoro dei magistrati di Genova che si occupano della tragedia del Ponte Morandi è capire quale elemento ha ceduto prima. In attesa degli esiti della perizia sulle cause del crollo, attesa per dicembre, la base più solida per ragionare è l’ormai famoso “video Ferrometal”, ripreso dalle telecamere di sorveglianza di quest’azienda, le uniche a inquadrare sufficientemente la pila 9 nel momento del collasso.

Le parole chiave per capire il Ponte Morandi

Si vede lo strallo di sud ovest (il primo che incontrava sulla sua carreggiata chi procedeva verso Genova) rompersi in un punto vicino alla sommità, che nelle perizie è diventato il reperto 132, andato agli onori delle cronache come prova regina.

Ma, da quando (1° luglio scorso) il video è diventato pubblico, nessuno si è sbilanciato a dire con certezza che la prima parte a rompersi è stata lo strallo: il video non è inequivocabile, perché l’impianto di videosorveglianza non aveva un’elevata frequenza di frame ripresi e quindi ci sono vari istanti non coperti da immagini. Ciò ha spinto qualcuno a credere che il filmato sia stato diffuso con tagli o comunque manipolazioni, ipotesi seccamente smentita dalla Procura.

In ogni caso, resta da sapere che cosa hanno visto i satelliti che passavano in corrispondenza di Genova quel 14 agosto 2018, alle 11,36. La Procura si è subito mossa anche a livello internazionale per acquisire i riscontri. Ma dei risultati non si è saputo alcunché di rilevante. Perché nulla è stato trovato e perché c’è un segreto che gli inquirenti custodiscono bene?

Sia come sia, finora la Procura ha molto battuto sull’ipotesi dello strallo, pur senza ostentare certezze. E sembra privilegiarla ancora. Se fosse confermata, chiamerebbe in causa non solo il gestore del ponte (Autostrade per l’Italia, Aspi, che fa capo alla famiglia Benetton) e la Spea (dello stesso gruppo) che ha fatto la maggior parte dei controlli, ma anche il ministero delle Infrastrutture: per gli stralli della pila 9, stava per partire un intervento di rinforzo, approvato dalle strutture ministeriali in tempi non rapidi e senza accorgersi che sarebbe stato urgente.

Ma il 31 luglio è stata depositata un’altra perizia: quella in cui i tre periti nominati dal gip (Gianpaolo Rosati, Massimo Losa e Renzo Valentini) descrivono le condizioni in cui si trovava il viadotto prima di crollare. E la descrizione parla soprattutto di corrosione diffusa non solo sugli stralli (anche se Autostrade per l’Italia sostiene che potrebbe non essere sul punto che si è rotto), ma anche in diverse parti della struttura, con assenza di interventi di manutenzione che potessero rallentarla o eliminarla. Soprattutto su stralli, impalcati a cassone e impalcati tampone.

Riscontrati anche alcuni difetti di costruzione, in parte già noti. Nessuno si sbilancia sul peso che potrebbero aver avuto (anche perché la perizia che dovrà rispondere su quali sono state le cause del crollo è attesa per dicembre, salvo possibili proroghe dovute alla delicatezza delle questioni da affrontare). È possibile che la strategia difensiva di Aspi , ora che sono state praticamente scartate tutte le cause fortuite (maltempo, attentati, cadute di materiali pesantissimi da camion in transito), si indirizzi verso difetti occulti (anche se un operatore qualificato come Aspi dovrebbe avere mezzi sufficienti per indagare a fondo sulle opere che gestisce).

Dunque, teoricamente sono stralli e impalcati le parti più sospettate, nella “catena” su cui si basava l’equilibrio del Ponte Morandi. Alla luce di questo, forse non è un caso se mercoledì 7 agosto il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, ha detto che quel viadotto «è morto, come una persona muore di morte naturale». Tradotto: molte parti erano messe male, è normale che una abbia ceduto, anche se Cozzi ha aggiunto che «se e quanto lo stato del viadotto abbia contribuito a creare il crollo è da appurare con le indagini».

Tra l’altro, la perizia conferma le conclusioni cui era arrivata a settembre 2018 la commissione ispettiva del ministero delle Infrastrutture, prevalentemente esaminando tutti i documenti relativi alla costruzione e alla manutenzione del ponte.

Monitoraggi insufficienti
Un altro punto di contatto tra la perizia, le convinzioni della Procura e le conclusioni dei tecnici ministeriali è l’insufficienza dei sistemi di monitoraggio, se non addirittura una volontaria sottovalutazione della gravità di difetti visibili anche a occhio nudo (e questo è un ulteriore filone d’indagine, esteso ad altri sei viadotti in Liguria, Abruzzo, Campania e Puglia).

Autostrade per l’Italia ha contestato anche questo, ma dopo il crollo del Ponte Morandi ha avviato una campagna straordinaria di controlli e una revisione delle procedure, collaborando col ministero delle Infrastrutture e tre università a sperimentazioni che sono sfociate in linee guida per la manutenzione dei viadotti, presentate venerdì 9 agosto. Qualcuno potrebbe leggerla non solo come una misura preventiva, ma anche come un’ammissione di colpa.

Periti del gip e ispettori ministeriali condividono anche i rilievi sul fatto che sul Ponte Morandi (come su tante altre opere strategiche) nessuno aveva mai valutato il rischio sismico, come era obbligatorio dal 2003 (ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri emanata dopo il terremoto del Molise, quando crollò anche una scuola).

I satelliti radar
L’insufficienza dei monitoraggi potrebbe ora essere dimostrata dai satelliti radar, che emettono onde radio, sono in grado di ricostruire tutto quello che accade al suolo. Questa tecnologia si chiama interferometria Sar terrestre.

Satellite (Marka)

Finora l’unico studio che risulta pubblicato (il 12 giugno, sulla rivista scientifica Remote Sensing, portale Mdpi) e accessibile a un pubblico non strettamente specialistico è di sei studiosi italiani: Pietro Milillo, Giorgia Giardina, Daniele Perissin, Giovanni Milillo, Alessandro Coletta e Carlo Terranova. È stato condotto su dataset di Cosmo-SkyMed.

Guardando le rilevazioni sugli ultimi 15 anni di vita del ponte (2003-2015), è emerso che dal 2015 ci sono stati deformazioni e spostamenti crescenti nella parte interessata dal crollo. Potrebbe essere l’indizio di anomalie non rilevate con le metodologie di controllo tradizionali, che si basano per la maggior parte su ispezioni visive frequenti ed esami strumentali più rari.

Lo studio di Autostrade per l’Italia
A inizio 2019 gli esperti di Autostrade per l’Italia (Aspi, che gestiva il viadotto ed è sotto indagine per il crollo) si sono rivolti a una società specializzata in queste tecnologie, dai cui dati relativi al periodo 2009-2018 non sarebbero emerse anomalie.

Aspi ha poi chiesto un commento all’articolo di Remote Sensing. Secondo la società:
- i dati non hanno significatività statistica, perché ottenuti utilizzando valori di spostamento limitati e isolati, senza assumere un caposaldo esterno alla struttura e quindi che non si muove con essa;
- gli spostamenti nord-sud non sarebbero rilevanti, in quanto erano nella stessa direzione della traiettoria del satellite e la pila 9 (crollata) aveva orientamento diverso (est-ovest);
- comunque gli spostamenti rilevanti sarebbero solo quelli verso l’alto (che lo studio Remote Sensing non evidenzierebbe) e bisognerebbe tener conto della naturale elasticità attorno all’asse verticale di ciascuna pila, tipica di quel tipo di strutture.

Pietro Milillo, scienziato italiano che lavora alla Nasa ed è il primo firmatario dello studio Remote Sensing, ha dichiarato al Sole 24 Ore che il lavoro è stato accurato e in linea con gli standard internazionalmente accettati, ma trattandosi comunque di un approccio innovativo resta sempre un margine di discussione.

Riproduzione riservata ©
  • Maurizio Caprinovicecaposervizio

    Luogo: Milano

    Argomenti: Circolazione stradale nelle sue varie implicazioni (multe, assicurazioni, sicurezza, economia, appalti, energia)

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