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Perché è difficile credere nelle privatizzazioni

di Davide Colombo

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3' di lettura

Nel corso della legislatura che si sta per chiudere i vari programmi di privatizzazioni messi in campo dai tre governi Letta, Renzi e Gentiloni hanno assicurato alle casse dello Stato introiti versati pari allo 0,5% del Pil,circa 8 miliardi. Siamo lontanissimi dai sogni di gloria del Documento di economia e finanza dell’aprile 2013, in cui si puntava a dismissioni per un punto di Pil l’anno (15-16 miliardi) per l’intero quinquennio. Ma anche dai meno ambiziosi obiettivi dell’ultima Nota di aggiornamento al Def 2017, in cui si parla di dismissioni per 0,2 punti da qui a fine anno e di 0,3 punti l’anno tra il ’18 e il ’20. In compenso, gli interventi di salvataggio delle banche in crisi approvati quest’anno hanno determinato spese per 0,6 punti di Pil, 10,2 miliardi. In pratica lo Stato ha speso in pochi mesi, in interventi di ricapitalizzazione, più di quanto incassato in cinque anni di dismissioni.

Il magro consuntivo certificato da Bankitalia
Il bilancio magrissimo emerge dalla lettura di una tabellina allegata al testo dell’audizione del vicedirettore generale di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, che martedì ha parlato davanti alle due Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato rilanciando l’invito ad adottare significative misure di riduzione del debito pubblico. Gli incassi registrati nel capitolo 4055 del bilancio dello Stato, sono al netto dei Tremonti e Monti bond e per il 2013 comprendono anche i 600 milioni derivanti dalla vendita di Fintecna spa, non versati in quel capitolo e tuttavia contabilizzati a riduzione del fabbisogno. Si tratta degli incassi registrati a fine agosto, cui potrebbero anche aggiungeri ulteriori 3-3,2 miliardi che il Mef vorrebbe realizzare antro fine anno. Ma a oggi quelle sono le cifre.

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Le spese per salvare banche e risparmiatori
Nell’allegato di un’altra audizione di martedì scorso, quella del presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Giuseppe Pisauro, sono riassunte invece le spese (che compaiono anche nella Nota di aggiornamento Def) per gli interventi di sostegno alle banche realizzati quest’anno. Si tratta di 10,2 miliardi iscritti in aumento del fabbisogno e del debito. Ecco come si arriva a quella cifra: 4,8 miliardi per contributi erogati a Banca Intesa per il rafforzamento di capitale necessario per l’acquisto di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza e per i relativi costi di ristrutturazione aziendale; 5,4 miliardi per la ricapitalizzazione precauzionale di Monte dei Paschi di Siena (di cui 3,9 già erogati e 1,5 miliardi che si prevede di erogare a tutela della clientela non qualificata, nel caso quest’ultima richieda la sostituzione di azioni con obbligazioni senior). Fuori da questi impegni già presi, non c’è invece nessuna iscrizione contabile per le garanzie prestate dallo Stato in favore di Banca Intesa e Monte dei Paschi per un importo complessivo di circa 15,6 miliardi. A fronte di tali garanzie viene valutato un eventuale impatto futuro sul fabbisogno e sul debito di 1,1 miliardi, che però si realizzerà solo nel caso di una effettiva escussione di queste garanzie.

Le privatizzazioni sono un rischio
Non è un caso se, a fronte di questi modesti risultati e della vaghezza con cui nella Nota di aggiornamento al Def si rilancia sul tema, l’UpBilancio parli delle dismissioni come di un «rischio del quadro programmatico». Le stime tendenziali e programmatiche della Nadef scontano l’ipotesi di una riduzione delle giacenze di liquidità del Mef per circa 0,7% del Pil nel 2017 e per oltre lo 0,1% nel 2018 e nel 2019. Ma per le altre azioni concrete di riduzione del debito ci si affida in particolare alle privatizzazioni, sperando, aggiungiamo noi, che non si rendano necessari ulteriori interventi sul sistema bancario.

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