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Perché è sbagliato escludere i delitti puniti con l’ergastolo dal giudizio abbreviato

di Salvatore Scuto


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3' di lettura

L’approvazione definitiva da parte del Senato del disegno di legge n. 925 con il quale si escludono dall’ambito di applicabilità del giudizio abbreviato i delitti puniti con la pena dell’ergastolo, è l’ennesima riprova dell’ideologia che ispira l’azione politico-giudiziaria del Governo. Un’ideologia che fa perno sull’ispessimento dello strumento repressivo, sulla concezione del sistema penale come vero e proprio strumento di lotta contro fenomeni criminali dall’emergenza solo annunciata e ripetuta, e che rende ogni intervento di modifica del sistema penale di fatto asservito a logiche e finalità mediatico-elettorali.

Si inseriscono bene in questo contesto le rituali e demagogiche dichiarazioni di giubilo del ministro Afonso Bonafede che, sulla sua pagina Facebook, si crogiola nell’orgoglio di «poter dire che la certezza della pena in Italia non è più un’utopia!» ed avverte che la legge appena approvata costituisce «un segnale forte a tutti i cittadini onesti: con noi al governo, chi sbaglia, paga».

Lasciando sullo sfondo il clamore di questa demagogia, iniziamo con il dire che se il problema era contenere gli effetti dell’allontanamento eccessivo verso il basso dai massimi edittali per effetto del cumulo della diminuente del rito con le circostanze attenuanti, uno strumento più razionale cui far ricorso avrebbe potuto essere individuato nella rivisitazione dei criteri di determinazione della pena per i delitti più gravi.

La novella sconta un primo effetto di contraddizione rispetto alla tanta conclamata esigenza di ridurre i tempi di durata dei procedimenti penali e di incentivare il ricorso ai riti alternativi, dimostrando come il ricorso parossistico alle politiche strenuamente securitarie finisca per contraddire i principi di razionalità ed efficienza del sistema.

La legge approvata il 2 aprile riporta le lancette del rito abbreviato al 1991, quando la Corte costituzionale (sent.n.176) dichiarò l’illegittimità per eccesso di delega dell’art. 442 co.2 c.p.p. che, in caso di condanna per i reati puniti con l’ergastolo, prevedeva la sostituzione della pena perpetua con la pena della reclusione di anni trenta. La possibilità di accedere al rito abbreviato fu reintrodotta dalla legge Carotti (n.479/99) a partire dal 2000, così sostituendo l’ergastolo con la reclusione a 30 anni e, nei casi previsti dall’art. 72 c.p., non comminando la pena accessoria dell’isolamento diurno.

Oggi il giudizio abbreviato torna a non essere ammesso per i delitti per i quali è prevista la pena dell’ergastolo. In caso di inammissibilità della richiesta di rito abbreviato, in quanto si proceda per un delitto punito con l’ergastolo, è prevista la possibilità per l’imputato di riproporre la richiesta fino a che non siano formulate le conclusioni nel corso dell’udienza preliminare (previsione che desta qualche perplessità circa la sua concreta declinazione).
Mentre in caso di inammissibilità della richiesta di rito abbreviato dichiarata in udienza preliminare, il giudice all’esito del dibattimento, se ritiene che il fatto accertato non è punibile con l’ergastolo, applica la riduzione di pena.

Il principio della rieducazione del condannato non è più ritenuto sacrificabile sull’altare di ogni altra funzione della pena

Le nuove previsioni saranno applicabili ai fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore della legge ciò in conformità al principio di irretroattività della legge sanzionatoria più sfavorevole.
L’incentivazione della pena dell’ergastolo che ne deriva si pone in modo distonico rispetto al recente orientamento della stessa Corte costituzionale (sent.n.149/2018) che, seppur in tema di ergastolo ostativo, ha abbandonato la tradizionale difesa della tenuta costituzionale di tale pena, in favore dell’affermazione del principio della rieducazione del condannato non più ritenuto sacrificabile sull’altare di ogni altra funzione della pena.

Sono, infine, da segnalare immediate ricadute sul piano del funzionamento del sistema giudiziario. La riforma comporterà l’aumento significativo del carico di lavoro delle Corti di Assise. I dati statistici forniti dallo stesso ministero della Giustizia, relativi al rapporto dei procedimenti per delitti puniti con l’ergastolo definiti con rito ordinario e con rito abbreviato, sono significativi. Nel 2016 i procedimenti definiti con rito abbreviato sono stati il 68% e nel 2017 il 79%.
Tali dati acquistano maggior significato se si confrontano con i dati generali relativi ai procedimenti definiti con rito abbreviato: 17% nel 2016 e 21% nel 2017.
È allora evidente come la novella si ponga in netta controtendenza rispetto al favore dei riti alternativi e rischi in concreto di provocare un significativo allungamento dei tempi di definizione dei processi cui si riferisce, con buona pace – malgrado le fanfare ed i pennacchi della retorica di sistema – proprio dell’effettività del trattamento sanzionatorio. Ma questo il ministro non lo dirà.

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