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Perché economia e geopolitica sono sempre più connesse

Le prospettive dell’economia nel medio-lungo termine, e le loro ricadute sociali, sono più difficili da prevedere rispetto agli ultimi 15 anni

di Paolo Gualtieri

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3' di lettura

Le prospettive dell’economia nel medio-lungo termine, e le loro ricadute sociali, sono più difficili da prevedere rispetto agli ultimi 15 anni e non perché siano più complessi da analizzare e affrontare i temi strettamente economici ma perché, per la prima volta dopo molti decenni, vi è un cambiamento profondo del quadro geopolitico che si interseca con le dinamiche industriali, commerciali e anche monetarie.

I temi dell’inflazione elevata e della possibile recessione nel 2023 negli Usa e in Europa (una recessione globale è meno probabile) potrebbero essere più facilmente affrontati se non vi fossero anche le conseguenze del confronto tra democrazie e autocrazie, come indicano i mercati finanziari dai quali emerge un quadro meno fosco e preoccupante di quello previsto da alcuni importanti centri di ricerca economica. Le aspettative sull’evoluzione dei tassi guida della Fed, riflesse nei contratti futures sui Fed Fund, suggeriscono che il picco verrà raggiunto agli inizi del 2023 e che poi i tassi ripiegheranno e pure la curva dei rendimenti dei titoli governativi Usa è ripida solo nella primissima parte e poi è praticamente piatta. Queste evidenze sono coerenti con uno scenario di rallentamento economico e forse di recessione nel 2023 e di parallela frenata dell’inflazione. I mercati finanziari riflettono, per ora, aspettative di una recessione non severa e neppure lunga dato che le imprese americane mostrano attese di rialzo degli utili per azione e i consumatori dispongono ancora di ampia liquidità derivante dagli enormi aiuti erogati per contrastare la pandemia. In Europa il contesto è più incerto a causa della dipendenza energetica di alcuni paesi dalla Russia e della vicinanza al conflitto che influenza negativamente la fiducia delle imprese e dei consumatori perché genera insicurezza. Guardando ai mercati futures i prezzi del petrolio dovrebbero diminuire anche se non marcatamente, mentre per il gas gli scenari sono molto più incerti e quindi i prezzi a termine assai più volatili.

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Tuttavia questo scenario prospettico è reso più articolato dai cambiamenti geopolitici che influiranno sullo sviluppo delle economie a medio-lungo termine e imporranno modifiche alle strategie delle imprese e all’azione dei governi. Gli Stati Uniti hanno mostrato al mondo l’attitudine espansionistica, aggressiva e disposta all’uso della forza militare, della Russia e della Cina, dapprima segnalando in anticipo, ripetutamente, che sarebbe avvenuta l’invasione dell’Ucraina e poi con la visita a Taiwan della speaker del congresso Pelosi, donna politica assai esperta, alla quale la Cina ha reagito con un’inusitata dimostrazione di potenza militare che ha cancellato ogni dubbio sulle ragioni dei continui e rilevanti investimenti tecnologici e nelle forze armate del gigante asiatico e sulle sue mire espansionistiche nell’indo-pacifico. Questa azione di politica internazionale è stata un monito per quei Paesi occidentali, fondati sullo Stato di diritto, a riconoscere che è quanto meno imprudente la fiducia nella cooperazione tecnologica, industriale e commerciale con gli Stati in cui vi sono regimi autocratici che ottengono il consenso e mantengono il potere con la forza e l’inganno dei propri cittadini. Le scelte di politica industriale e quelle di collocazione geopolitica sono divenute perciò più interconnesse e quindi molte catene produttive, non solo nei settori dell’energia e dei microchip, e altrettante strategie commerciali e di organizzazione dei trasporti dovranno essere ridefinite. La riconversione industriale avrà un costo che rallenterà lo sviluppo economico mondiale e interesserà diversi Paesi europei, per prima la Germania che aveva molto puntato non solo sull’acquisto dell’energia a basso prezzo dalla Russia ma anche su un forte interscambio commerciale, con la Cina. L’Italia soffre a causa della sua dipendenza energetica dall’estero ma per il suo affaccio sul Mediterraneo ha potenzialmente a disposizione più alternative dei Paesi dell’Europa continentale e potrebbe investire all’interno per incrementare le fonti e la produzione di energia, settore dove ha sinora fatto meno del possibile. Sul fronte delle esportazioni, che rappresentano il 30% circa del Pil, l’Italia potrebbe avvantaggiarsi dell’ottimo posizionamento delle nostre imprese nei mercati degli Stati Uniti, della Francia e della Germania e non subire contraccolpi maggiori dai cambiamenti geopolitici, rappresentando la Cina e la Russia mercati di sbocco per meno del 5% delle nostre esportazioni. Più articolato è invece il tema delle catene produttive e dei flussi d’importazione soprattutto dalla Cina, che sono rilevanti per alcuni settori come il tessile e l’abbigliamento, i macchinari e il chimico-farmaceutico. La crescita dei prossimi anni, fattore essenziale per assicurare la sostenibilità del debito pubblico e attuare politiche redistributive che riducano le disuguaglianze, dipenderà dal posizionamento competitivo del sistema industriale italiano dal punto di vista tecnologico e nei mercati di approvvigionamento e di sbocco. Il governo che nascerà dalle elezioni di fine settembre dovrà perciò dotarsi di competenze ed esperienze per poter attuare un’azione coordinata tra le scelte di politica economica, fondate sul sostegno agli investimenti, e quelle di relazioni internazionali.

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