Mind the Economy

Perché fare le leggi pensando ai «furbetti» genera solo «furbetti»

di Vittorio Pelligra


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(ANSA )

4' di lettura

In un famoso passaggio dei suoi “Essays” (1741), quello dedicato all'indipendenza del Parlamento, il filosofo scozzese, David Hume, stabilisce il principio primo della moderna progettazione istituzionale; nel predisporre ogni codice di regole comuni, a partire dalle costituzioni e giù fino alle leggi e ai regolamenti - scrive Hume: “ogni uomo dovrebbe essere considerato come un furfante con nessun altro scopo, in tutte le sue azioni, del perseguimento dell'interesse privato. Con questo interesse lo dobbiamo governare e, per mezzo di esso fare in modo che, nonostante la sua insaziabile avarizia e ambizione, egli possa concorrere al bene pubblico”. Lo scozzese non era né il primo, né sarà l'ultimo ad assumere questa prospettiva. Due secoli prima di lui, Machiavelli aveva notato, nei “Discorsi sopra la prema deca di Tito Livio” (1513-18) essere: “necessario a chi dispone una repubblica e ordina leggi in quella, presupporre tutti gli uomini”.

Non so se al Governo stessero pensando più a Hume o a Machiavelli, quando hanno deciso in inserire nel maxi-emendamento alla Legge di Bilancio il raddoppio dell'Ires (+100%) per le organizzazioni del terzo settore. La logica, infatti, sembra esser proprio la stessa. Dopo le reazioni durissime del mondo del Terzo Settore e non solo, il Ministro Di Maio ha fatto retromarcia, affermando di voler cambiare quella norma che era stata originariamente pensata per punire coloro che fanno “finto volontariato”. Che poi, al di là del dietro front, l'intento fosse punitivo, lo testimoniano anche le affermazioni del viceministro Castelli, la quale, per difendere il provvedimento, ha affermato di voler tassare solo quegli enti non-profit che fanno profitti, come dire, quelli che barano. Non si “ricorda”, la sottosegretaria, che in realtà se si è una organizzazione non-profit, l'avanzo di gestione, non si può, per legge, distribuire né direttamente, né indirettamente, ma va invece reinvesto per le finalità istituzionali dell'ente. Per ultimo, poi, arriva Salvini, Ministro dell'interno, che a marcia indietro già effettuata, ribadisce in varie occasioni la sua volontà di punire i furbetti.

Questo pasticcio normativo, piccolo tutto sommato, e che speriamo si risolva al più presto, mette in luce però un aspetto più rilevante, una certa visione della politica, dell'attività legislativa e di regolamentazione: una prospettiva secondo la quale le leggi, proprio come affermano Machiavelli e Hume, vanno fatte pensando a chi tenterà di violarle e non invece a favore di chi le rispetterà. Una prospettiva “deviant-centered”, come la definiscono gli inglesi, focalizzata sulla violazione e non sull'adesione. Dietro, ho l'impressione, ci sia un'antropologia negativa, una visione dell'uomo “furfante”, sempre e comunque, se gliene si lascia la possibilità, un “homo homini lupus”.

E così, coerentemente, il ruolo delle norme diventa quello di costringere tali furfanti, contro la loro volontà e attraverso la forza deterrente delle sanzioni, verso l'agire socialmente desiderabile. Una prospettiva nota, questa, ma decisamente superata. Decenni di studi e ricerche empiriche, hanno mostrato infatti tutti i limiti di tale approccio. L'errore di base sta nel non considerare quello che alcuni chiamano, non a caso, “l'errore di Machiavelli” (Samuel Bowls, “The Moral Economy: Why Good Incentives Are No Substitute for Good Citizens”. Yale University Press, 2016).

Le preferenze dei cittadini, i loro desideri, i loro orientamenti, le loro disposizioni, non sono date una volta per tutte. Non siamo o buoni o cattivi, ma siamo a volte buoni e altre volte meno. Le nostre disposizioni sono malleabili e plastiche e in particolare interagiscono, modificandosi, con l'ambiente istituzionale nel quale operiamo e al quale siamo soggetti. In altri termini, il carattere dei cittadini e le loro istituzioni, co-evolvono; si modificano reciprocamente. Sappiamo, per esempio, che quando ci fidiamo di qualcuno, lo rendiamo più affidabile, così come in un clima di diffidenza, prospererà invece l'opportunismo. Quando le norme, le leggi, i regolamenti sono fatti su misura dei “furfanti”, queste tendono a veicolare sfiducia e diffidenza, e spesso ne otteniamo solo opportunismo ed elusione.

Ecco perché una filosofia istituzionale “deviant-centered” è spesso, nel breve, ma soprattutto nel lungo periodo, controproducente: perché consuma fiducia, erode il capitale sociale e mina alla radice il cemento delle nostre comunità. Ce lo aveva spiegato molto chiaramente Elinor Ostrom, quando durante la conferenza per la consegna del premio Nobel, affermò che: “Spiazzare la cooperazione e il senso civico rappresenta uno spreco di risorse umane e materiali e pone una seria sfida alla persistenza delle istituzioni democratiche”. E dire che proprio noi italiani avevamo sviluppato già nel ‘700, un pensiero e una tradizione civile che oggi si dimostra modernissima.

Lo storico dell'economia, Luca Clerici, ha appena dato alle stampe l'edizione critica di “Delle virtù e dei premi” (Vita e Pensiero, 2018), opera che il giurista aquilano Giacinto Dragonetti pubblica appena tre anni dopo l'uscita di “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. La posizione di Dragonetti si può riassumere con questa frase: “Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù”.

Se pensiamo, dunque, che tutti siano “furbetti”, e facciamo leggi contro i furbetti, cosa potremmo aspettarci, col tempo, se non una società popolata sempre più da “furbetti”. Perché le cattive leggi spiazzano le virtù civili, mentre le buone leggi formano buoni cittadini. Può non essere superfluo chiedersi, noi oggi, in che direzione stiamo andando?

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