AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùLA RIUNIONE DI LUGLIO

Perché la Fed è pronta a tagliare i tassi

Le attese sono grandi. La Fed dovrebbe tagliare i tassi al 2-2,25%, invertendo la rotta seguita fino a dicembre 2018, data dell’ultimo rialzo. È innegabile che le pressioni di Donald Trump pesino come un macigno sull’interpretazione di questa mossa: è davvero necessaria? Oppure la Fed sta cedendo alla volontà del potere politico?

di Riccardo Sorrentino

Trump, Fed non fa niente, piccolo taglio tassi non basta

4' di lettura

Le attese sono grandi. La Federal reserve, nella riunione di luglio dovrebbe tagliare i tassi di interesse, probabilmente di 0,25 punti percentuali al 2-2,25%, invertendo la rotta seguita fino a dicembre 2018, data dell’ultimo rialzo del costo del credito. Il presidente Jerome Powell e i governatori hanno preparato a lungo questa inversione di marcia, ma è innegabile che le pressioni di Donald Trump pesino come un macigno sull’interpretazione di questa mossa: è davvero necessaria? o la Fed sta cedendo alla volontà - interessata - del potere politico?

LEGGI ANCHE / Fed, Powell: «I tagli dei tassi arriveranno»

L’inevitabile confronto con la Bce
È evidente che la situazione della Fed è profondamente diversa da quella della Banca centrale europea che pure sta preparando un taglio dei tassi (sui depositi delle aziende di credito presso la Bce) per settembre. In Eurolandia le aspettative di inflazione misurate dai mercati - anche quelle di lungo periodo - sono bruscamente calate, di fronte a un peggioramento dell’attività economica, e si sono ulteriormente allontanate dall’obiettivo del 2%, e fino all’1,1.-1,3%.

Aspettative ancorate

LE ASPETTATIVE DI INFLAZIONE DI MERCATO

Dati in percentuale (Fonte: Fred - St. Louis Fed)

Negli Stati Uniti la situazione è decisamente diversa: le misure di mercato delle aspettative di lungo periodo, che erano scese fino all’1,8% circa, puntano ora al 2% (che è l’obiettivo anche della Fed). Sul recente rialzo ha sicuramente inciso il mutato atteggiamento della politica monetaria che - non senza qualche contraddizione - ha nuovamente introdotto un orientamento accomodante. È anche vero però che le aspettative misurate dai sondaggi, da sempre preferite dalla Fed, continuano a oscillare tra il 2,5-3% e a risultare quindi molto meno preoccupanti.

Inflazione debole

INFLAZIONE USA - INDICE PCE TRIMESTRALE VAR. ANNUA

Dati in percentuale (Fonte: Fred - St. Louis Fed)

Se le aspettative di lungo periodo restano ben ancorate, l’andamento attuale dell’inflazione - per quanto sia di rilevanza decisamente inferiore - resta piuttosto debole. L’indice trimestrale dei prezzi per le spese per consumi - la misura preferita dalla Fed - punta da sei mesi all’1,4%, livello lievemente inferiore alla media del dopo-crisi; mentre la core, che negli Usa tende a precedere l’inflazione complessiva e ad aprirle la strada, non va oltre l’1,5-1,6%.Un prolungato andamento lento dei prezzi potrebbe incidere a sua volta sulle aspettative.

LEGGI ANCHE / La Fed tiene fermi i tassi ma apre a un prossimo taglio

Doppio mandato e flessibilità
Qualche preoccupazione in più sembra dare l’attività economica, e la Fed deve tener conto anche della crescita e dell’occupazione. Sul piano dell’effettiva elaborazione della politica monetaria, la formula del mandato in realtà dà solo un po’ di flessibilità a un regime che non è diverso da quelle della altre banche centrali (la Bce si attribuisce la stessa flessibilità indicando che l’obiettivo va perseguito «nel medio periodo»). La priorità va quindi comunque all’inflazione e la crescita assume rilevanza nella misura in cui può incidere sulle aspettative sui prezzi.

Pil in leggero rallentamento

IL PRODOTTO INTERNO LORDO USA

Dati: base marzo 2010 = 100 (Fonte: elaborazioni su dati Fred - St. Louis Fed)

Oggi, negli Stati Uniti, il mercato del lavoro è in ottima salute, ma l’attività economica sembra rallentare. In realtà, dopo l’adrenalina somministrata dai tagli fiscali decisi da Donald Trump, il pil Usa sta “recuperando” la media dominante nel dopo-crisi: il 2,5% annuo. Come accade praticamente sempre, la politica fiscale non ha inciso sulla produttività e sulla struttura dell’economia e il pil sta semplicemente ritornando alla sua velocità di crociera. Una misura più flessibile del trend mostra che attualmente il prodotto interno lordo registrato è appena al di sotto della tendenza; ma niente di più.

LEGGI ANCHE / Il futuro dei mercati nelle mani di Fed e Bce

Una curva invertita

LA CURVA DEI RENDIMENTI

Dati in percentuale (Fonte: U.S. Department of the Treasury)

Non si può però escludere il rischio di una brusca frenata. Anzi. La curva dei rendimenti Usa, a lungo piatta, è ormai “invertita”. I rendimenti dei titoli a tre mesi sono superiori a quelli dei decennali sui quali potrebbero quindi pesare anche aspettative di crescita e inflazione molto deboli (ma anche altri fattori come premi al rischio e alla liquidità). Una recente analisi del Fondo monetario internazionale, relativa proprio agli Stati Uniti, ha recentemente riproposto il legame tra curva invertita e il rischio di recessione, corroborando le preoccupazioni di molti analisti.

Rischio di recessione ai massimi

PROBABILITÀ DI RECESSIONE

Dati in percentuale (Fonte: Fed di Cleveland)

La Federal reserve di Cleveland va anche oltre e, sulla base della curva dei rendimenti, calcola ogni settimana anche la probabilità di recessione a un anno. Dall’autunno 2018, l’indicatore ha superato i massimi dalla grande recessione, e ha poi accelerato il suo rialzo. Nelle ultime settimane la probabilità di una crisi a luglio 2020 è leggermente calata restando però a livelli elevati: il 35% circa, dal 40% di inizio giugno. È questa, probabilmente, l’elemento chiave che rende razionale un eventuale taglio della Fed, soprattutto se isolato: al momento è soprattutto una misura di risk management (di per sé non priva di costi).

Un taglio non irragionevole
A fronte di una prospettiva di rallentamento anche brusco, gli Stati Uniti non assistono in realtà a quella rapida flessione delle aspettative di inflazione che si registra invece in Eurolandia. Ha però un livello dei tassi quasi “normalizzato”, che non rende del tutto irrazionale un taglio dei tassi. Nella consapevolezza però che quasi tutte le regole teoriche sul livello ottimale del costo ufficiale del credito indicano un livello analogo a quello attuale o leggermente superiore. In questo senso, sarà importante che Powell dia ad analisti e investitori la chiave per capire esattamente la “funzione di reazione” della Fed in questa fase e quindi cosa aspettarsi. Auspicio che, come in passato, potrebbe andare deluso.

Riproduzione riservata ©
  • default onloading pic

    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...