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Perché la fine del Quantitative Easing farà bene all’Italia

di Ken Fisher

3' di lettura

Sono in pochi a riconoscere che il piano prospettato da Mario Draghi di concludere il Quantitative Easing (QE) a dicembre sia un'ottima notizia per l'Italia e per il mercato azionario italiano. Contrariamente a quanto si pensi, il QE non fa bene e la sua cessazione avrà risvolti postivi. Vediamo perché.
Secondo l'opinione comunemente accettata, il QE ha un effetto stimolante perché riduce i tassi d'interesse a lungo termine, incrementando la concessione di prestiti in quanto la BCE «inonda le banche con denaro a basso costo». Si suppone che questo processo produca magicamente sia crescita che inflazione. In realtà avviene sempre il contrario.

Quando la BCE acquista obbligazioni, i tassi d'interesse a lungo termine diminuiscono. Quando ciò avviene mentre i tassi d'interesse a breve termine rimangono fissi poco al di sotto dello zero, il divario tra tassi a breve e lungo termine si assottiglia appiattendo la curva dei rendimenti. Questo provoca sempre un effetto di contrazione e deflazione. Oltre 100 anni di teoria economica e di dati hanno dimostrato che curve dei rendimenti più ripide generano una maggiore crescita rispetto a curve più piatte.

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Per capirne le ragioni, immaginate di essere un banchiere. Prendete a prestito dai depositanti e da altre banche sulla base dei tassi d'interesse a breve termine - il vostro costo del denaro. Concedete invece i prestiti a imprese e privati sulla base dei tassi d'interesse a lungo termine. Il vostro margine è la differenza tra i tassi a lungo termine e quelli a breve termine. Maggiore è la differenza tra i due e più sostenuta sarà l'erogazione di prestiti, in quanto tale attività è più redditizia. Quanto maggiore sarà l'erogazione di prestiti, tanto più velocemente crescerà la massa monetaria in circolazione e anche l'Italia stessa, dato che imprese e famiglie avranno maggiori capitali da investire e spendere. L'economia si espande.

Tuttavia se la differenza tra i tassi si assottiglia, la situazione si complica e si fa meno vantaggiosa. La vostra banca non è un'organizzazione benefica – richiedete un premio a fronte di maggiori rischi. Con un margine ridotto, concedereste meno prestiti, rifiutandovi di erogarli a chi non possiede credenziali perfette. Una redditività ridotta non giustifica i rischi. A questo punto decidete così di “parcheggiare” le riserve in eccesso presso la BCE. Quando Draghi inizierà a farvi pagare per tali riserve, cercherete un altro posto in cui depositarle. La circolazione di moneta e il Pil ristagnano.

Gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno già dimostrato che la cessazione del QE aiuta. Il Regno Unito ha adottato il QE dal 2009 al 2012, provocando un appiattimento della curva dei rendimenti, nonché una caduta della massa monetaria (M4) e dei prestiti. L'economia ha quasi attraversato una doppia recessione. Dopo la conclusione del QE, l'M4 e i prestiti sono risaliti, il Pil si è rafforzato e gli investimenti da parte delle imprese hanno subito un'accelerazione . I mercati azionari hanno festeggiato.

Man mano che il QE giungerà al termine e le curve dei rendimenti diventeranno più ripide, l’aumento dei prestiti costituirà uno stimolo per l'Italia

Gli Stati Uniti hanno vissuto una situazione analoga. Nel 2013 tutti temevano il “tapering”, ovvero che la Federal Reserve riducesse l'acquisto di obbligazioni. Tale riduzione ha avuto avvio nel gennaio del 2014 e il QE si è concluso ad ottobre dello stesso anno. Anche in tale occasione l'M4 e i prestiti sono cresciuti. Il mercato azionario si era riposizionato su livelli più elevati. L'indice S&P 500 denominato in euro , aveva più che raddoppiato da quando l'ex presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, aveva menzionato il “tapering” per la prima volta a fine maggio del 2013, consentendo ai mercati di iniziare a scontare la fine del QE.

Il QE non ha mai aumentato né la crescita né l'inflazione ovunque sia stato impiegato: Stati Uniti, Regno Unito, Giappone sono ancora alle prese con la deflazione. Certamente non nell'Eurozona, la cui ripresa è iniziata nel secondo trimestre del 2013, due anni prima del QE. Tuttavia, come sempre accade, ha generato pressioni deflazionistiche. La ripresa da parte dell'Italia è cominciata a metà del 2014. Il mercato azionario dell'Eurozona si trovava quasi in un biennio di ciclo rialzista quando ebbe inizio il QE. L’Italia è cresciuta nonostante il QE e l'appiattimento della curva dei rendimenti.

Man mano che il QE giungerà al termine e le curve dei rendimenti diventeranno più ripide, l’aumento dei prestiti costituirà uno stimolo per l'Italia. Miglioreranno i profitti delle banche e il mercato azionario. Crescerà l'accesso delle medie imprese italiane ai capitali. Più capitali, più spesa, più crescita – e più italiani felici e benestanti.

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