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Perché il Fmi chiede all’Argentina di smettere di stampare moneta

di Andrea Franceschi

2' di lettura

Quasi un anno fa l’Argentina piazzava sui mercati il suo primo «Matusalem bond» con scadenza a 100 anni raccogliendo dagli investitori ben 2,75 miliardi di dollari. Il collocamento allora fu salutato positivamente come un segnale di ritrovata fiducia dei mercati nel Paese e nel governo del conservatore Mauricio Macri. Un ottimismo fuori luogo col senno di poi.

Lo spettro del default argentino è tornato a turbare i sonni degli investitori quando il recente apprezzamento del dollaro ha provocato la violenta svalutazione del peso argentino. Un crollo dagli esiti potenzialmente nefasti considerando che il grosso del debito argentino è denominato in valuta forte. In poco tempo la situazione è precipitata e il Paese è stato costretto obtorto collo a chiedere l’intervento del Fondo monetario internazionale che venerdì scorso ha accettato di erogare fino a 50 miliardi di dollari di aiuti al Paese sudamericano.

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Un finanziamento che prevede una drastica manovra di aggiustamento fiscale: il rapporto deficit/Pil, attualmente al 2,7% dovrà scendere all’1,3% nel 2019 per arrivare ad azzerarsi nel 2020 e infine trasformarsi in surplus dello 0,5% nel 2021. Un obiettivo, quello del consolidamento fiscale, che dovrà essere messo in atto principalmente attraverso un taglio della spesa pubblica per un ammontare pari al 3,8% del Pil nei prossimi tre anni. Se è vero che l’aggiustamento avverrà in maniera graduale e senza interventi per l’anno in corso (anche perché nel 2019 si vota) per il Paese sudamericano si prospetta un triennio di austerity.

Il consolidamento fiscale non è l’unica condizione posta dal Fmi per erogare i 50 miliardi promessi. L’altro pilastro dell’accordo riguarda la banca centrale. In base all’accordo il governo si impegna a varare un provvedimento per aumentarne l’indipendenza prevedendo un divieto esplicito al finanziamento del deficit dello Stato. Una pratica, quella del ricorso alla stampa di moneta per tappare i buchi di bilancio, a cui i governi hanno fatto ampio ricorso dopo il default del 2001. In anni recenti la banca centrale è arrivata a trasferire al governo centrale risorse per un ammontare pari al 3% del Prodotto interno lordo. Una pratica che ha finito per pesare sulle quotazioni del peso amplificando il cronico problema dell’iperinflazione eredità del default del 2001 e dello sganciamento dal dollaro.

Oggi l’indice dei prezzi al consumo viaggia al 25% ma nell’ultimo decennio l’inflazione annua media del Paese è arrivata a toccare picchi del 43 per cento. Gli effetti dell’inperinflazione sono devastanti su molti fronti. L’economista Martin Feldstein in un articolo sul sito del World economic forum ha segnalato in particolare il tema degli investimenti. Con un’inflazione a questi livelli e con una banca centrale costretta a contrastarla tenendo alto il costo del denaro aziende e famiglie sono riluttanti a indebitarsi sul medio lungo termine perché le rate rischiano di diventare rapidamente insostenibili. Per questo il mercato dei mutui immobiliari in Argentina praticamente non esiste.

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