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Perché la Francia dice no ai Balcani e «apre» alla Russia

Macron ha posto il veto all’apertura di trattative per l’adesione alla Ue di Albania e Macedonia del Nord, rischiando di creare un vuoto geopolitico a vantaggio di Mosca, ma la sua strategia di lungo periodo si basa sul fatto che, per creare un contrappeso alla Cina, la Russia avrà bisogno dell’Europa e viceversa

di Riccardo Sorrentino

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(REUTERS)

5' di lettura

La Francia ha detto no. L’adesione alla Ue, per ora almeno, non si deve fare. Sono state così deluse le aspettative dell’Albania e della Macedonia del Nord, che ha dovuto dolorosamente modificare il proprio nome per ottenere il via libera della Grecia (per la quale “Macedonia” è una delle sue regioni); ed è stata chiusa una prospettiva importante per Bosnia, Montenegro, Serbia e Kosovo.

Un vuoto da riempire
L’irritazione dei partner è evidente. Quella di Emmanuel Macron è una decisione gravida di conseguenze strategiche. La penisola balcanica è da sempre considerata una possibile area di influenza da parte della Russia e non a caso Mosca si è subito candidata a “prendere il posto” di Bruxelles. «Se [nei Balcani] si apre un vuoto, questo vuoto sarà colmato da altri e questo non corrisponde al nostro interesse strategico europeo», ha commentato preoccupata la cancelliera tedesca Angela Merkel.

Un rischio da evitare
Il rischio è reale. Per la popolazione dei Balcani, il «no» è stata una vera doccia fredda. «L’Albania, la Bosnia Herzegovina, il Kosovo, il Montenegro, la Macedonia del Nord, e la Serbia appartengono all’Europa, in virtù della loro storia, cultura e geografia. Legami più stretti con l’Unione europea sono il solo modo per questi paesi di costruire o consolidare Stati basati sul governo della legge e società aperte e pluralistiche, perseguire il loro sviluppo sociale ed economico, dare alla loro gioventù una prospettiva e promuovere la riconciliazione tra i popoli», spiega un recente documento: un non-paper scritto - sorpresa! - dal Governo francese per proporre una riforma del processo di adesione.

Un «no» pragmatico
La contraddizione tra fatti e parole della Francia è stridente. Quali sono allora i motivi del suo no? Sembrano pragmatici, a sentire Macron, nella sua lunga intervista all’Economist. «Non siamo in grado di far funzionare [l’Europa] a 28 oggi, a 27 domani. Pensate che le cose andranno meglio a 30 o 32?”» ha detto. Secondo il presidente, inoltre, la procedura di adesione è burocratica.

Una proposta bizantina
Altrettanto burocratica è però la sua proposta: sette passaggi, tutti reversibili, in modo da negoziare per blocchi di argomenti – governo della legge e diritti; istruzione ricerca ambiente ed energia; occupazione salute, politiche sociali e competitività; questioni economiche e finanziarie; mercato interno agricoltura e pesca; affari esteri; e infine istituzioni e bilancio pubblico – con una stretta condizionalità su ciascuno. Soprattutto, non si capisce - e questo è stato un ulteriore motivo di irritazione dei partner - perché la riforma debba venir prima dell’apertura di nuove procedure.

Il peso di Ungheria e Polonia
In realtà è abbastanza evidente – anche alla luce di altri discorsi di Macron – che ha pesato molto l’esperienza di Ungheria e Polonia: i due paesi hanno aderito alla Ue, ne colgono i vantaggi, ma nello stesso tempo perseguono politiche illiberali, lontane dagli standard dell’Unione, e fanno pesare il proprio euroscetticismo sulle decisioni comunitarie.

Quel «tacete» di Chirac
È un po’ ironico il fatto che a scegliere, nel 2004, un allargamento rapido, senza le sufficienti riforme “costituzionali” necessarie per garantire la governabilità dell’Europa sia stato proprio un presidente francese, Jacques Chirac, in piena intesa con il cancelliere tedesco Gerhard Schröder. La Francia ha del resto sempre avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’allargamento: Chirac aprì persino alla Turchia, nel ’99, e nel 2003 distrusse tutto il credito conquistato con i Paesi dell’ex area sovietica, in marcia verso l’adesione, dicendo loro di «tacere» sulla guerra in Iraq (alla quale intendevan partecipare).

Un allargamento non strategico
Le obiezioni di Macron non sono però soltanto pratiche. Nel non-paper colpisce soprattutto quello che non c’è: il riconoscimento del valore strategico dell’allargamento. Il presidente francese, nell’intervista all’Economist lo ha anzi contestato: «Vi invito a valutare – ha detto – la coerenza di questo metodo che consiste nel dire: “Il cuore della nostra politica estera è la politica dell’allargamento”. Vorrebbe dire che non pensa più alla sua influenza che in termini di adesione, in particolare al mercato unico. È il contrario dell’idea di un’Europa potenza. È l’Europa mercato». Sono evidenti i salti logici – l’allargamento ormai non è solo “mercato unico” – tra uno slogan e l’altro, quasi a voler strizzare l’occhio al pubblico sovranista.

L’alternativa di Macron
Escludendo però, perché assurdo, che a Macron sfuggano le ricadute della sua scelta, occorre immaginare che egli abbia una strategia diversa; e c’è solo un’opzione in grado di scongiurare il timore di cedere alla Russia un’importante zona di influenza: quella che fa di Mosca un partner a pieno titolo dell’Europa.

L’asse Parigi-Berlino-Mosca
Parigi-Berlino-Mosca: è l’asse su cui spesso – soprattutto a destra – la politica francese si è interrogata. «Bisogna riaprire un dialogo strategico, senza ingenuità e che prenderà tempo, sulla Russia», ha detto non a caso il presidente. Il suo ragionamento si basa però su un’ipotesi astratta. Per la Russia, la scelta di restare una potenza “stand alone” è insostenibile («anche se con i nostri errori gli abbiamo dato alcuni strumenti», ha aggiunto).

Una sola opzione
L’alternativa è l’avvicinamento all’Europa. «C’è un paese dominante che è la Cina, e io penso che in questo modello non ci sarà mai un equilibrio», ha detto Macron. Sul progetto della nuova Via della seta, inoltre, «il presidente russo è sempre meno vicino al presidente Xi Jinping». La conclusione allora è immediata: «Non credo per un solo secondo che la sua strategia sia di essere il vassallo della Cina».

Un partenariato con l’Europa
Cosa dovrebbe fare - o meglio: sarà costretta a fare - la Russia? «Ristabilire una politica di equilibrio con l’Europa. Essere rispettata», ha detto Macron. Deve superare quindi la logica secondo cui la Ue è vassalla degli Usa e la Nato, cavallo di Troia degli Usa, vuole raggiungere aggressivamente le sue frontiere. Putin, ha aggiunto Macron, «ha sviluppato un progetto antieuropeo a causa del suo conservatorismo, ma non vedo come, nel lungo termine, il suo progetto non possa essere un partenariato con l’Europa».

«Occorreranno 10 anni»
Macron non può dirlo, ma sa che Putin, «uomo formato dai servizi di uno Stato che è più disorganizzato di quanto si possa pensare» e che nutre «una “sindrome dell’assedio”, il sentimento di essere circondato da tutti», è un ostacolo. Il presidente francese però ama lavorare su tempi lunghi. «La mia idea non è del tutto ingenua. Non parlo di un reset, dico che occorreranno forse 10 anni. Se vogliamo costruire la pace in Europa, ricostruire l’autonomia strategica europea, dobbiamo ripensare la nostra posizione con la Russia».

Verso la pace in Ucraina?
A questo pensiero si accompagnano azioni precise. Macron, presidente di turno del Consiglio d’Europa, si è molto speso per riammettere come membro la Russia. Una volta ottenuta l’adesione, non ha risparmiato critiche alle modalità con cui si sono svolte le elezioni amministrative a Mosca, per sottolineare il potere di Francia ed Europa, ma nello stesso tempo ha favorito il processo di pace in Ucraina.

Il summit del 9 dicembre
Il 9 dicembre riceverà i leader di Russia, Germania e Ucraina (Putin, Merkel e Volodymyr Zelensky) per riaprire i colloqui di pace e il presidente russo, come gesto distensivo, ha restituito a Kiev tre navi catturate nel Mar Nero. Se pace dovesse esserci non sarebbe solo un successo diplomatico di Macron, ma anche un passo avanti nella sua strategia, nella quale quel “vuoto” dei Balcani che la Russia potrebbe riempire è piccola cosa.

Un ragionamento ipotetico
Restano alcune perplessità: il diverso sentire dei partner Ue, i presupposti ipotetici del “ragionamento” di Macron, e infine una considerazione banale: allargamento ai Balcani e apertura a Mosca sono, nel lungo periodo, davvero incompatibili?

Riproduzione riservata ©
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    Riccardo SorrentinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, francese, inglese

    Argomenti: Economia internazionale, politica monetaria, dati macroeconomici, Francia

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